L’ARMIDA QUARTETT AL TEATRO MIELA

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Quartetti di Mozart e Haydn impeccabilmente eseguiti dagli affiatati musicisti berlinesi

di Luigi Cataldi

Armida Quartett

La strada “da Vienna” della stagione Cromatismi 3.0 di Chamber Music ha condotto al Miela lo scorso 3 aprile il suono delle musiche di Mozart e Haydn del berlinese Armida Quartett.

A vederli, anzi a “sentirli”, quartettisti Martin Funda (primo violino), Johanna Staemmler (violino secondo), Teresa Schwamm-Biskamp (viola) e Peter-Philipp Staemmler (violoncello), sembrano più giovani di quel che sono per la freschezza e la vitalità del loro modo di suonare. Sono invece poco meno che quarantenni. Si sono uniti nel 2006 quando erano ancora compagni di conservatorio a Berlino per completare la loro formazione e da vent’anni insieme studiano, mettono a punto le loro esecuzioni, organizzano la loro attività, viaggiano per tenere concerti in tutto il mondo. Ecco spiegato un così grande affiatamento. Martin Funda, il fondatore del gruppo, impegnato anche (al pari degli altri) come solista e come insegnante, a chi gli chiede un consiglio per gli allievi che vogliono far carriera concertistica, risponde che le “masterclass” con grandi artisti, oggi così seguite, sono sempre stimolanti, ma è molto più istruttivo suonare in un gruppo da camera, «perché insegna ad andare d’accordo, a raggiungere compromessi musicali, a fornire e ricevere rispettosamente critiche dagli altri musicisti che hanno diverse origini, diversa formazione, diverso carattere e diverse abitudini esecutive». Così hanno fatto loro e insieme hanno completato la propria formazione, vinto i concorsi che li hanno lanciati (Concours de Genève nel 2011 e l’ARD International Music Competition nel 2012) e pianificato la loro attività artistica, che vanta, oltre a una gran mole di concerti, una decina di incisioni di pregio. La più rilevante è l’integrale dei quartetti mozartiani completata nel 2021. È il frutto della collaborazione con la casa editrice Henle Verlag e con il musicologo Wolf-Dieter Seiffert, che dei quartetti ha curato l’edizione critica. Hanno fornito la propria consulenza su ornamentazione, diteggiature, tecniche esecutive. Poi, forti della profonda conoscenza di autografi, edizioni precedenti e, ovviamente, delle conclusioni della nuova edizione critica, hanno messo a punto la propria esecuzione integrale. Ecco perché il loro Mozart appare così rispettoso del testo e al tempo stesso così nuovo. Ascoltarli, soprattutto nelle composizioni giovanili, è sorprendente. Lo si è capito al Miela con il Divertimento n. 3 in Fa maggiore K138, che Mozart, sedicenne, compose, insieme agli altri due divertimenti del gruppo, K136 e K137, nel 1772 a Salisburgo di ritorno dal secondo viaggio in Italia. Italiano è il modello in tre tempi (allegro-lento-allegro) su cui queste composizioni si basano. «Sinfonie per archi, senza oboi e corni» le definì Alfred Einstein, ragion per cui da complessi sinfonici sono spesso eseguite.

Al contrario, efficacemente, l’esecuzione dell’Armida Quartett ha messo in rilievo la perfetta scrittura cameristica del Divertimento K138, percepibile fin dal motto iniziale dell’Allegro di marcati unisoni seguiti da una coda, piano, di ritmo puntato, del primo violino, che si scioglie poi in un tema vivace e spigliato. La disposizione simmetrica dei motivi e persino delle dinamiche (il gioco dei forti, mai eccessivi, e dei piano) è parsa chiara nell’interpretazione, arricchita dai rubati proposti dal violino I, che gli altri strumenti hanno assecondato con naturalezza. E nell’Andante gli esecutori, senza forzature, usando con parsimonia il moderno vibrato degli archi solo come effetto sonoro e non come norma esecutiva, hanno dato rilievo al contrasto fra il primo tema, forte, di limpida serenità, affidato al primo violino su un accompagnamento di crome, e il flebile secondo tema con salti di settima di ritmo puntato, increspato da dissonanze. Una pausa malinconica e contemplativa prima di lanciarsi a velocità vorticosa nel finale (Presto, in forma di Rondò), con perfetta intesa, calibratissimo rapporto fra i tempi, equilibrio dei volumi sonori e curatissimo fraseggio.

Uno stile esecutivo riascoltato anche nel Quartetto in Do maggiore K465 del 1785, ultimo dei sei dedicati e ispirati a Haydn, detto per l’Adagio introduttivo che ne è pieno, “Delle dissonanze”. Così le ventidue battute, che sconcertarono i contemporanei di Mozart (Giuseppe Sarti si tappò le orecchie) e indussero i “sapienti” del secolo successivo a approtare correzioni (come fece François-Joseph Fétis), restano ancora oggi l’emblema di questo quartetto che scorre poi, senza traumi armonici, per altre 797 misure. Effettivamente l’esordio è di quelli che si ricordano. Su un leggero ribattuto di crome del violoncello che ripete la nota fondamentale della tonalità d’impianto (Do) appaiono, in successione, dal basso verso l’alto, dal piano al forte, le voci dissonanti degli altri strumenti, che, progressivamente, come corpi sonori che capitino da chissà dove, da semplici suoni tenuti si emancipano in brevi motivi ascendenti per poi procedere, come in un’armonica terra di nessuno, alla ricerca di un equilibrio mai trovato, fino a fermarsi sulla settima di dominante, da cui, ma solo nell’Allegro seguente, si giungerà all’accordo di Do maggiore, tonalità dell’intero quartetto. L’eguaglianza delle voci, una sorta di assoluta democrazia degli strumenti, uno dei pregi principali dell’Armida Quartett, qui è apparsa con chiarezza, e ha contribuito a dar corpo al tono sospeso e cupamente aereo di questa pagina. Anche gli altri tempi dell’opera sono stati eseguiti con leggerezza, precisione e attenzione per ogni sfumatura del testo: la brillantezza e l’equilibrio degli strumenti dell’Allegro, il dialogo fra le voci estreme dell’Andante cantabile, il fraseggio mai scontato del Minuetto, il perfetto amalgama del timbro e l’alternanza dei piani sonori (piano e forte) nell’oscuro Trio, la perfetta intesa nell’Allegro molto finale, una corsa a precipizio, leggera, appena trattenuta sulle più ardue semicrome del violino primo e più spesso sciolta nella vivacità delle diverse voci.

In mezzo ai due estremi mozartiani l’Armida ha eseguito il Quartetto Op. 76 n. 4 di Joseph Haydn, composto (insieme agli altri di quest’opera, che comprende i famosissimi quartetti “Delle quinte” e “Imperatore”, dal quale viene l’inno nazionale tedesco) fra 1796 e il 1797 e pubblicato nel 1799. I contemporanei lo intitolarono L’alba per l’andamento errabondo ma tendente verso l’alto del primo tema affidato al primo violino, trascurando l’inclinazione altrettanto errabonda, ma verso il basso dello speculare secondo tema. A partire da questi materiali viene costruito il proporzionato edificio, tutt’altro che schematica forma sonata, del primo tempo, costruzione che ha offerto l’occasione all’Armida sia per i trattenuti “rubati” del violino primo e del violoncello, sia per mostrare la perfetta coordinazione dell’insieme nelle parti più vivaci. Nel leggerissimo e aereo Adagio seguente, che Haydn pare aver concepito come libera divagazione a partire dalle cinque note del motivo iniziale, gli esecutori hanno mostrato altrettanta leggerezza e libertà, per poi ritrovare la compostezza formale nel Minuetto, al centro del quale sta un Trio con marcato basso di bordone di violoncello e viola su cui i due violini, a tratti sincopati, paiono danzare pestando e trascinando i piedi. Ancora spigliato quasi di danza è il finale inizialmente Allegro, ma non troppo, che, dopo una sezione contrastante in Si bemolle minore, si chiude in una corsa di tutti gli strumenti, a vicenda o intrecciati, sempre più veloce (Più Allegro … Più presto): qui la perizia tecnica degli esecutori è parsa divertimento più che esibizione.

Bellissimo anche l’unico bis, concesso dopo molti applausi convinti: l’Elegia – Andante con moto, secondo tempo del Quartetto n. 10, Op. 51 di Dvořák, un lirico e triste canto del violino e della viola, alternato a parti più corali e con sezioni contrastanti più vivaci. Un concerto da ricordare.