LE STAGIONI DEL KNULP di Emanuele Sichenze

| | | |

di Emanuele Sichenze

 

 

Ogni mattina, poco dopo le nove, le pesanti porte di legno a via Madonna del Mare vengono aperte e la luce illumina la scritta d’ingresso: «Da Knulp puoi: bere, mangiare, ascoltare musica dal vivo, vedere film e mostre d’autore, spedire pacchi». È l’inizio di una laica liturgia quotidiana.

Ogni avventore avrebbe da ridire su cosa il Knulp abbia da offrire e cosa no. Negli ultimi vent’anni, tutti sembrano essere passati sulle vecchie assi di legno del dissestato parquet del bar: come la marea, a seconda della stagione, i clienti vengono e vanno; la risacca li trattiene per mesi, o può costringerli lontani per anni, a volte per sempre.

Ha preso il largo Giovanni, anziano vagabondo dagli istinti piromani che veniva sempre ad annunciare l’apocalisse nei lenti pomeriggi autunnali. Si è congedato, non prima però che un amico gli leggesse i tarocchi, scoprendoli sul bancone del bar: «Giovanni, te me devi far una domanda!” “Sarò felice in amór?».

Qui vengono le persone più disparate. Il loro affluire e defluire cadenza le stagioni: i mesi di sessione d’esame riempiono il locale di universitari tanto boriosi quanto spiantati, ancorati al tavolo per l’intera giornata. L’arrivo della bella stagione porta i venditori ambulanti che, dopo i mesi invernali passati con le famiglie lontane, rientreranno nel locale carichi di notizie e degli stessi braccialetti multicolore dell’anno precedente. Infine, verso ottobre il locale si svuota quasi del tutto, tranne degli habitué e di qualche sporadico senzatetto.

Accogliere vagabondi è lo spirito con cui, nel 2003, Max, Franca e Fausto hanno aperto il Knulp, scegliendo come nome il ramingo protagonista del romanzo di Herman Hesse. È l’ospitalità il principio: il suo tradimento non è ammesso. Quando qualcuno prova ad andarsene senza pagare o abusa della pazienza dei proprietari, scontri schietti, urla e occhi lucidi possono accadere. La questione non è né economica né di puro orgoglio: ciò che si incrina è un rapporto di fiducia.

Di norma i pomeriggi scorrono sereni, con piccole gioie e sorde delusioni. È il caso dell’organizzatore di un concerto di musica classica, disperato per il poco pubblico: anche questa volta il confronto con le affollate serate jazz del circolo Thelonious è perso in partenza: «Inizia anche a piovere adesso?», tuona sconsolato, sulle prime note del flauto traverso. Diluvia.

L’afa, nei soleggiati pomeriggi estivi, immerge il locale in un’atmosfera che appesantisce le palpebre dei pochi clienti. A scuoterli ora è un clacson, che rimbomba per tutta la via. L’autobus 24 è bloccato per colpa di una macchina lasciata in seconda fila. È il momento per una pausa, per fumare una sigaretta e commentare questa nuova zuffa condita da una blasfemia sorprendente. «Quando abbiamo aperto, ci avevano promesso che la via sarebbe diventata pedonale», ricorda Fausto. Le promesse non mantenute si sono accumulate negli anni, a partire dal piano di riqualificazione del quartiere, trasformato molto presto in un laboratorio di gentrificazione. Orde di turisti, portati dalle navi da crociera, oggi fanno la fortuna di pizzerie gourmet, gastronomie chic ed enoteche alla moda. I residenti abbandonano il quartiere, lasciando spazio alle case vacanza. «Gli unici a poter aprire attività in zona sono speculatori immobiliari e proprietari di catene, oggi qui neanche noi avremmo potuto aprire», aggiunge amaramente il barista. È anche per questi motivi che, con lo scoppio della guerra in Ucraina e del conseguente caro bollette, si era diffusa nel locale un’aria lugubre.

Il Knulp ha passato anche questa burrasca, continuando sulla solita rotta. Adesso si è fatta sera e, come sempre, passate le nove, Fausto saluta gli ultimi clienti e spegne il lanternino che incornicia l’ingresso di una calda gialla luce. Da questo momento, i vagabondi di Via Madonna del Mare, e non solo, dovranno trovare qualche altro rifugio.