LE VALLI DI MICHELE OBIT

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di Roberto Dedenaro

 

Michele Obit

Passano gli anni, questo è certo e passano per tutti, anche questa non è una novità, passano persino per Michele (o Miha?) Obit, che si ritrova sulla detestata soglia di una certa anzianità con qualche capello in meno, ma con qualche libro in più, cosa che a noi fa sempre piacere perché siamo stati e siamo tuttora dei sostenitori della scrittura di Obit, sino dai suoi esordi, verrebbe da dire, avvenuti nel lontano, lontanissimo 1988.

Una scrittura che sembra nascere quasi da una necessità: quella di completare ed arricchire, di dare ragione ad un pensiero che la parola detta non riesce ad esprimere. Sarebbe facile, oggi, dire che Michele sia un uomo di confine, perfettamente bilingue, traduttore di importanti scrittori sloveni contemporanei, ma anche dell’amatissimo Kosovel, ma non vorrei che la facilità con cui si usa l’idea del confine, quasi un vezzo, nasconda la complessità di ciò che vuole dirci. D’altronde Obit è una figura importante di quella che una volta si diceva Slavia Veneta, che oggi si dice le Valli, cioè le Valli del Natisone quelle del Torre e del Cornappo e la più dolce Val Resia. Un’area confinaria che la durezza delle condizioni di vita ed altro, hanno contribuito a desertificarne, forse più che altrove, i muri e i prati, soprattutto dopo la grande spallata del terremoto del ’76. Sono luoghi di una bellezza appartata dove lui, insieme ad altri, per molte estati ha fatto rinascere Topolò, un mito, per chi si interessa di cultura in questa nostra regione, zone dove le lingue si sono sempre mischiate, la cui vita viene raccontata ancor oggi da un settimanale bilingue il Novi Matajur, di cui Miha è il direttore.

Ecco, tutta questa premessa per dire che l’ultima volta che ci siamo visti, Michele ed io, mi ha messo fra le mani Ricordarsi del privilegio, edito dal benemerito Campanotto di Udine, un’antologia della sua produzione in poesia, un libro che dall’aspetto al contenuto sembra così suo dall’avermi fatto pensare di dover coniare un nuovo aggettivo, un libro obittiano.

In poco più di settanta pagine troviamo selezionate una cinquina di poesie per ogni precedente raccolta da Notte delle radici del 1988, a la Balena e le foglie del 2019, più cinque liriche inedite. Non c’è nulla di celebrativo o di ridondante, ma tutto è asciutto, misurato e tuttavia né superficiale né banale, la lingua colloquiale ma raffinata al tempo stesso un bordone da cui spiccano alcuni nomi locali, in dialetto, qualche toponomastica straniera e le traduzioni in sloveno di alcune liriche.

Michele Obit
Ticordarsi del privilegio
Campanotto, 2025
pp. 80, euro 13,00

Nell’universo di Obit, le cose vere non sono poi molte, gli amori sono pochi, le autenticità difficili da raggiungere, ce lo dice benissimo una poesia che forse uno da lui non s’aspetta, una piccola autobiografia: «Ho un modo tutto mio per tenermi/ in disparte. Mi costruisco un perimetro/ di ricordi e da ogni angolo con una/ diagonale seppellisco mentalmente/ gli amici che non ci sono più/ le bottiglie vuote – i lampioni carichi/ di mosche – la dedizione dei colpi/ a una porta chiusa.[…]». Sono versi di una classicità novecentesca, le cui forti inarcature contribuiscono a dar forza al significato, – in disparte, i ricordi –, dodecasillabi imperfetti o doppi senari, con una tensione discorsiva, fra cui emerge qualche concessione ad un vitalismo espressionistico: le bottiglie vuote, le mosche i colpi ad una porta che non si apre. Ma quest’esempio non faccia credere ad un neointimismo tutto centrato sull’io: in realtà fra queste pagine il piccolo mondo, le foglie, verrebbe da dire parafrasando il titolo di una raccolta di Obit, si accompagna a quello grande, la balena, alla gravità di ciò che succede, alle degradazioni che la vita oggi ci mostra, all’infinita volgarità del gioco del potere.

Ricordarsi del privilegio, vuol dirci che siamo, in fondo, viaggiatori in una sorta di deserto dove le oasi sono rare e averne incontrate alcune ci ha permesso di poter continuare il nostro viaggio e fosse solo per questo, dobbiamo tenerne una delicata memoria sempre vicino a noi.