“L’INCORONAZIONE DI POPPEA”
Gabriella Ziani. Il Ponte rosso n. 127 - maggio 2026 | Luigi Cataldi | MUSICA
L’opera di Claudio Monteverdi sarà presentata in giugno nella sua Cremona, nell’ambito del Festival intitolato al compositore
di Luigi Cataldi

circa 1630, olio su tela, cm. 84×70,5
Museo Statale del Tirolo, Innsbruck
È intitolato a Claudio Monteverdi (Cremona 1567 – Venezia 1643) uno fra i più importanti festival di musica antica che si tiene annualmente a Cremona. L’edizione di quest’anno si svolgerà dal 7 al 21 giugno e sarà intitolata Cantami o diva. «È un invito a riascoltare la musica di quegli anni lasciando emergere il punto di vista femminile» ha detto il direttore artistico Andrea Nocerino. Si incontreranno figure non solo monteverdiane (accanto a Poppea vi sono la Teti di Cavalli e la Didone di Purcell) in opere non solo antiche (la Teodora imperatrice è stata composta da Mauro Montalbetti per l’occasione e avrà la sua prima assolta il 14/6), che andranno in scena non solo a Cremona (Dido and Aeneas di Henry Purcell si eseguirà a Mantova). Si celebreranno anche importanti ricorrenze musicali: i 350 anni dalla morte di Francesco Cavalli (1602-1676) con le sue Nozze di Teti e Peleo (1639) e i 400 dalla nascita Giovanni Legrenzi (1626-1690) e dalla morte di John Dowland (1563-1626) con concerti a loro dedicati. Il programma completo si può trovare sul sito https://www.monteverdifestivalcremona.it/.
L’evento più importante è la rappresentazione dell’Incoronazione di Poppea (13 e 20 giugno), che sarà eseguita da Les Arts Florissants (compagine fondata William Christie nel 1979 fra le più importanti al mondo per la musica antica), diretta da Paul Agnew, con Maayan Licht nei panni di Nerone e Benedetta Torre in quelli di Poppea. Essendo opera ormai in repertorio al pari di quelle ottocentesche, in internet si trovano esecuzioni egregie. Ce n’è una anche delle Arts Florissants, dirette dal fondatore William Christie. Un’occasione per riascoltare quest’opera stupefacente.
Andò in scena per la prima volta al teatro SS. Giovanni e Paolo di Venezia nella stagione di carnevale del 1643. Monteverdi l’avrebbe composta pochi mesi prima della morte. Il condizionale è d’obbligo, visto che dubbi rilevanti sorgono sull’attribuzione. Certissimo è infatti l’autore del libretto, l’avvocato Giovan Francesco Busenello (1598-1659), accademico incognito originale e anticonformista, ma la musica (tramandata da due partiture adespote, una conservata a Venezia, una a Napoli) fu attribuita a Monteverdi solo molti anni dopo la prima rappresentazione da Cristoforo Ivanovich nelle sue Memorie teatrali di Venezia del 1681 (appendice della Minerva al tavolino), opera preziosa per ricostruire la cronologia del melodramma veneziano delle origini. Recentemente è stato però dimostrato che Ivanovich è attendibile solo in presenza di altri riscontri, visto che aveva l’abitudine di inventare di sana pianta le notizie che non aveva per colmare le lacune. I riscontri in questo caso mancano. Basterà solo dire che il brano più celebre, il duetto Pur ti miro, pur ti godo, di certo non uscì dalla penna di Monteverdi. È il finale dell’opera, ma non c’è né nello Scenario dell’opera reggia intitolata La coronatione di Poppea del 1643 che descrive la prima (lo si può trovare riprodotto in una acuta ed essenziale monografia monteverdiana, Claudio Gallico, Monteverdi. Poesia musicale, teatro e musica sacra, Einaudi, 1979), né nel libretto che Busenello pubblicò qualche tempo dopo nella raccolta delle sue opere, Delle hore ociose (1656), fonti in cui, peraltro, non si nomina mai il compositore. Il duetto si trova invece in libretti precedenti e successivi di melodrammi di altri autori di cui però non sopravvive la musica. Insomma, dopo secoli di pacifica attribuzione, il dubbio sulla paternità dell’opera intera non è cosa da poco. Il già citato e compianto Claudio Gallico, per esempio, si rifiutava addirittura di discutere la questione. Un altro luminare della nostra musicologia, Lorenzo Bianconi, la ricostruì invece in dettaglio, ritenendola «un enigma. Un rompicapo. Un puzzle scompagnato» (Indagini sull’“Incoronazione”, in Finché non splende in ciel notturna face: studi in memoria di Francesco Degrada, LED 2009), ma anche un caso utile per comprendere modi, forme e prassi del melodramma dell’epoca. In effetti, senza l’Incoronazione, l’intera biografia monteverdiana risulterebbe stravolta. Uno dei tratti più originali del compositore sta proprio nell’aver composto a 76 anni un’opera irriverente fino al dileggio, anticonvenzionale fino all’anarchia, di esplicito contenuto erotico al punto che, in altri luoghi e in altre epoche, avrebbe seminato intollerabile scandalo. Interrotta all’altezza del Ritorno di Ulisse in patria (1640) la vitalità operistica di Monteverdi, sempre inimitabile, indubbiamente risulterebbe meno rivoluzionaria e sorprendente. Eppure, come l’Adagio di Albinoni non è di Albinoni, ma tale resterà nell’immaginario collettivo pur avendo un autore certo (Remo Giazotto, celebre per falsi musicali e musicologici), anche l’Incoronazione è giusto resti di Monteverdi e del Monteverdi Festival sia il fulcro.
Anche se si guarda ai contenuti vi sono ragioni di stupore, per la commistione di alto e basso, di serio e di comico (Seneca, per esempio, sentenzioso e profondo, viene deriso da Drusilla, nutrice di cinica comicità), per il rispetto e al tempo stesso per la noncuranza del vero storico (si celebra l’immorale trionfo dei due amanti, ma si tace sul loro tragico destino) e, più in generale, per l’ambiguità di fondo del messaggio. Per averne un’idea ecco la materia dell’opera.
Poppea pretende di diventare imperatrice. Nerone si associa al suo disegno e lo conduce ad effetto: la sposa e la fa incoronare, dopo aver ripudiato la moglie Ottavia e costretto al suicidio il precettore Seneca, contrario alle nozze. Gioiosamente, senza remore di carattere morale, viene posto in scena l’amore sensuale fra un imperatore crudele (Nerone) e una donna chiacchierata (Poppea), il ripudio di una legittima moglie (Ottavia), il forzato suicidio di un grande e deriso filosofo (Seneca), il piacere del potere e quello del trionfo sugli avversari (la stessa Ottavia, il rivale Ottone). Ad eccezione di Seneca (che muore in coerenza con i severi principi da lui affermati, sebbene deriso e vilipeso dagli altri personaggi), la morale scarseggia anche negli sconfitti: Ottavia spinge Ottone ad attentare alla vita di Poppea; lui compie, ma fallisce l’attentato. Tutti insomma aspirano ad un quantomai terreno appagamento. Si tratta dunque, come pensano alcuni di una critica della società dell’epoca, anch’essa dilaniata da lotte di potere, o di una sua esaltazione come ritengono altri? Non è facile dirlo. Non è neppure necessario. In quest’opera l’ambiguità è il carattere dominante, la libertà espressiva la qualità ostentata fino all’estremo. Il clima del carnevale permette la coesistenza di un’idea e del suo contrario, di un’autorità e della parodia di quella stessa autorità, insomma della realtà e del suo rovesciamento. Per amore dei sensi e non dello Stato Nerone eleva Poppea a imperatrice; per nulla turbati, consoli e tribuni la incoronano e si inchinano a lei. La gloria spetta a chi vince: giusto o sbagliato che sia, questo è il mondo.
Si giunge così allo sconcertante finale. Monteverdi musica la scena del trionfo di Poppea senza distacco ironico, neppure quando Asia, Africa, Europa e tutto il Mediterraneo sono idealmente e solennemente posti dai cortigiani ai piedi di una simile sovrana.
Giunge infine il duetto d’amore, Pur ti miro, pur ti godo: un vero amplesso vocale in scena. Su di un basso ostinato di passacaglia (Sol, Fa, Mi, Re) le voci (il loro timbro di soprani accentua l’ambiguità della scena) si alternano e intrecciano i loro motivi mentre i due amanti s’annodano, come dicono di fare. L’opera si spegne nell’intimità del loro canto sempre più appassionato.
Non fu Monteverdi a porre là questo duetto, ma chiunque sia stato compì un atto geniale e irrevocabile: senza, non riconosceremmo più la “monteverdiana” Incoronazione di Poppea.
