UN RACCONTO BIOGRAFICO INTRISO DI POESIA
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025
La voce di Grisancich si intreccia a quella di Giotti in una narrazione di grande suggestione
di Fulvio Senardi
Il fiore nel bicchiere
Virgilio Giotti, quasi una biografia
Fuorilinea, Monterotondo 2025
pp. 87, euro 13.00
Dalla scrivania della prosa del nostro maggior poeta, Claudio Grisancich, prende il volo un volumetto (poche pagine, ma ricco e poeticamente intonato nei contenuti) al quale si augura lunga vita e fruitori appassionati. Il titolo – Il fiore del bicchiere. Virgilio Giotti quasi una biografia – indica con la necessaria stringatezza il contenuto e la torsione che Grisancich ha voluto imprimere al racconto biografico: il “quasi” segnala la volontà di arricchire con l’affetto del lettore partecipe e del sodale nel tempio della poesia, i particolari di un’esistenza di cui, per le sue prime fasi a Trieste e a Firenze, si sa molto poco. Grisancich che ha conosciuto Giotti nel famoso “salotto” di Anita Pittoni (il centro pulsante di una stagione letteraria straordinaria e irripetibile), raccogliendo poi da lui il testimone di “maggior fabbro del parlar materno”, cesella, quasi con commozione, particolari che al poeta, che ci guarda da lassù (forse masticando amaro per l’irreperibilità di Colori in libreria, visto che nessun editore ha osato ristamparli), non sarebbero spiaciuti, per quanto sbilancino un po’ verso il romanzesco il racconto di una vita.
Dell’amore che ha unito Virgilio Giotti e Nina Shekotoff per più di quarant’anni, molti dei quali trascorsi in un modesto appartamento ai margini della città, da cui lo sguardo spaziava su un riposante scenario di colli verdeggianti, Grisancich propone, con abile mossa narrativa, un roseo antefatto parigino. Immaginando che Giotti, nel suo viaggio da giovanissimo nella capitale francese (di cui si ignorano i particolari, ma presto diventato – lo certifica Anna Modena, la massima studiosa del poeta – una pagina importante della leggenda famigliare), abbia rapito con lo sguardo i volteggi di una giovane che ballava solitaria in una piazza di città, al ritmo di un malandrino valzer “musette”, portandone poi nel cuore, indelebilmente, il riflesso. E ritrovando poi la fanciulla a Firenze, l’avrebbe riconosciuta e voluta sua, con quel totale affiatamento d’anime che a noi sentimentali pare la sostanza imprescindibile della magia d’amore.
Ma il libro, fra i tanti pregi, ha anche quello di alternare, seguendo le consuetudini della moderna mistione dei generi, prosa e poesia, garantendo al testo una singolare e complessa densità. Perché se le parole della prosa appartengono al poeta più giovane, quelle in poesia sono invece di colui per il quale Grisancich si è impegnato in questa felice operazione di riscoperta e rilancio, a beneficio (o a sfida?) di una città troppo presto dimentica. 23 lacerti poetici (di differente lunghezza, ora brevissimi ora di notevole ampiezza) e 4 inserzioni prosastiche di Virgilio Giotti screziano la limpida scrittura di Grisancich, quasi un dialogo a distanza (e quale distanza!), un pacato interrogare da parte del più giovane, secondo suo gusto e sensibilità, che ruota intorno ai punti nodali di un’esistenza in apparenza lineare (ma dal denso retroterra psicologico, il mare inquieto da cui scaturisce l’impasto perfetto della poesia, sempre sospesa tra realtà e raffinatissima stilizzazione), con uno slancio che supera gli spunti specifici proiettandosi nell’esistenziale, come a insegnarci come la poesia possa essere bussola di vita e balsamo dei suoi mali.
Ritratto d’uomo: Virgilio Giotti
olio su tela cm. 55,5×41
1940 post – 1949 ante
Gorizia. Palazzo Attems Petzenstein
Musei Provinciali. Pinacoteca
Cedendo all’appello del suo adorante evocatore, Giotti scandisce con proprie parole le epoche e i momenti di una vita che, inizialmente serena, un dolce sogno di pienezza umana in famiglia e nei caldi riscontri amicali, vira, a partire dagli anni Quaranta, al tragico (la morte dei figli maschi nella folle impresa dell’ARMIR, l’allontanamento della figlia che segue il marito lontano da Trieste) mentre la casa (termine di forte pregnanza in Colori e nelle poesie in lingua) si svuota, lasciando il poeta a custodire i cimeli di una figliolanza un tempo numerosa, a fianco della moglie, sempre più chiusa in una quieta follia, e – come racconta il poeta nelle pagine confessionali degli Appunti inutili – di un uccellino, tenero sostituto di una ricchezza di affetti perduta e rimpianta (in curiosa analogia in questo con il percorso di Saba, l’inseparabile amico di un tempo, che trovava sollievo alla volontaria reclusione nel “nero antro sofferto” nella vicinanza di passeri e canarini, subito posti a tema di malinconiche poesie). Piccola ma decisiva risposta, il minuscolo alato, alla domanda che Giotti non cessava di porsi nel lungo e desolato crepuscolo, sul suo diritto di vivere dopo la morte dei figli.
Vi sono passi però dove, nel segno dell’appartenenza, le due voci sembrano quasi sovrapporsi e il più giovane farsi ventriloquo di chi gli ha mostrato la strada. Non si tratta di un’usurpazione, ma, ne siamo sicuri, di un empatico incontro d’amorosi sensi: nella forma di un’elegia del ritorno le voci dei due poeti si mescolano in un unisono che solo chi è all’oscuro dell’amore di Giotti per la sua città potrebbe considerare un’appropriazione indebita. «Trieste è la città, la donna è Lina», ha scritto Saba in uno dei suoi deliziosi sonetti, così arditamente zoppicanti. Ed è qui che gli accenti ispirati di Grisancich trovano una modulazione che, come un ponte fra le generazioni, vale probabilmente per tutti i triestini, quando riprendono contatto con la realtà ed il mito del luogo natio (perfino coloro che, buone penne tuttavia, hanno scarsa inclinazione per l’espressione poetica, e penso ad una pagina bellissima di Aldo Oberdorfer, curiosamente inserita in un libro politico, in cui racconta di come nel 1919 ritrovasse, dopo il lungo esilio, la strada di casa).
Ma lasciamo la parola a Claudio Grisancich che racconta di Giotti di nuovo approdato nella città da cui era partito dodici anni prima e dove ormai sventolava il tricolore: «Era arrivato a Trieste a metà di un caldo pomeriggio di marzo, con il sole che sul mare scheggiava guizzi di luce tra le navi ancorate e alla fonda, al largo. Dalla stazione si era diretto alle Rive, fermandosi sul ponte girevole sopra il Canal Grande. Là il mare aveva un odore penetrante che aveva risentito identico a quello che tanti anni prima impregnava l’aria del cantiere dove lavorava suo padre. Un misto di salso, legno, ruggine e sole». È lo “strighez” di Trieste (così Anita Pittoni) che riafferra coloro che ritornano e che, da struggente nostalgia, si fa largo respiro di riconoscenza e d’affetto, come per un amore ritrovato.
