L’ITALIA TRA LE NUVOLE

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Ripensando alla visione del film La grazia, di Paolo Sorrentino

di Michele Ramunno

C’era una volta il cinema che provava a raccontare il Paese. Oggi, a giudicare da La Grazia di Paolo Sorrentino, sembra che il Paese si sia ristretto a un salotto, e che quel salotto sia addobbato con i gusti di una certa sinistra benestante. Il film arriva con un pedigree ineccepibile: Toni Servillo, una Coppa Volpi, e la solennità di un’opera che si annuncia come una meditazione profonda sul potere e la fede.

La premessa è da manuale: un Presidente della Repubblica vedovo e cattolico è chiamato a decidere su due richieste di grazia, mentre il dibattito sull’eutanasia fa da sfondo. I presupposti per un grande film civile ci sarebbero tutti. Invece, Sorrentino infila nell’impasto tutto ciò che piace a un certo pubblico salottiero: la vecchiaia come estetica, l’eutanasia come dilemma morale da conversazione elegante, un accenno di femminicidio declinato con la delicatezza di chi non vuole davvero disturbare, e persino un brano rap di Guè a fare da moderna citazione colta, per dimostrare che, nonostante tutto, ci si tiene aggiornati.

I temi non dialogano. Si accumulano, si sovrappongono, si annullano a vicenda. La tanto celebrata lentezza sorrentiniana diventa paccottiglia, il silenzio si fa vuoto, la contemplazione si trasforma in noia.

Ma il problema è più profondo, e riguarda la natura stessa della decisione che il Presidente è chiamato a prendere. Perché, anche qualora scegliesse con fermezza di firmare per la legge sull’eutanasia, non sarebbe comunque una vera decisione. Oggi, in Italia come in Europa, quella è l’opinione dominante, il sentimento comune e la posizione politically correct accettabile. Strano, forte, davvero coraggioso sarebbe stato il contrario. Ma il film non osa nemmeno sfiorare quella possibilità, perché significherebbe davvero mettere in discussione qualcosa, scegliere sul serio, sporcarsi le mani con una posizione impopolare.

Toni Servillo ne La gtazia

E allora come si rappresenta l’alternativa? Come si dà voce a chi quella posizione la incarna? Semplice: la si riduce a macchietta. Il Papa, che nel film dovrebbe rappresentare l’opposizione a questa deriva, è un africano subsahariano con l’acconciatura alla Bob Marley. Lo vediamo parlare quasi come un venditore ambulante, muoversi nei giardini vaticani come, a questo punto, ci aspetteremmo di vederlo fare su un monopattino elettrico, in una gestualità urbana ormai familiare, ma invece, quasi a sorpresa, su un motorino. È un personaggio da cartolina, buono per un sorriso, per una strizzata d’occhio al pubblico progressista che può così sentirsi confermato nella propria illusoria superiorità.

È la stessa operazione culturale che per decenni ha ridotto il diverso a folclore, il nemico a caricatura, la posizione scomoda a grottesco. Così facendo, il film non racconta un conflitto, lo neutralizza. Non rappresenta un dibattito, lo svuota. Il vero scontro, tra una visione della vita come dono e una come proprietà individuale, tra il limite e l’illimitato, tra la tradizione e la modernità, viene brutalmente liquidato.

Questa superficialità è il filo rosso che attraversa l’intera opera, un richiamo costante alla “leggerezza” che meriterebbe di essere il cuore del film e invece ne diventa la condanna.

La vediamo rappresentata in una lunga scena in cui l’astronauta italiano, in missione nello spazio, è in collegamento con il Quirinale. A causa di un problema di connessione, però, non sa che il Presidente lo sta osservando. Nell’attesa, sullo schermo del suo computer compare forse l’immagine dei suoi cari: lo assale il senso di solitudine e inizia a piangere. In assenza di gravità, le lacrime galleggiano, suscitando in lui, nel vederle in quello strano stato, un sorriso triste.

È un’immagine potente, ma anche programmaticamente costruita: una sofferenza che tenta di alleggerirsi, cercando una via di fuga dal peso dell’esistenza. La ritroviamo anche nel finale, dove una sequenza di gesti quotidiani e riconciliazioni appena suggerite sembra offrire una soluzione emotiva forse troppo ordinata, quasi semplificata. E, sulle note della musica del figlio, ritorna quell’idea di leggerezza sospesa che chiude il film, più come dichiarazione poetica che come reale soluzione del conflitto.

Questa leggerezza, questa grazia, che il film sembra celebrare come liberazione, è in realtà il suo nucleo più oscuro. È l’ironia, la presa di distanza, la rinuncia alla profondità che solo chi non vive realmente in questo momento storico può permettersi di volere.

Non è un caso che questa ossessione per la leggerezza abbia attraversato gli anni che abbiamo appena vissuto. Durante il Covid, era diventato quasi un dovere essere “leggeri”. Musica leggerissima di Colapesce e Dimartino ne fu la rappresentazione perfetta, un inno che invitava a non affondare, a restare a galla. Perché la leggerezza, in fondo, è la risposta di chi non vuole decidere.

Il Presidente di Sorrentino è l’icona perfetta di una classe dirigente che ha fatto della sospensione del giudizio la propria ragion d’essere. Il suo dilemma è falso, la sua scelta è scontata, il suo travaglio interiore è pura estetica. Lui non decide: “galleggia”. Esattamente come la lacrima dell’astronauta, esattamente come il fumo della sua sigaretta.

Fuori da quel Palazzo, però, il mondo brucia. E un giovane non cerca modelli che galleggiano. Cerca qualcuno che stia in piedi, che scelga, che gli dica che la sua vita, la sua fatica, il suo desiderio di appartenenza hanno un valore.

Ma allora, qual è l’alternativa? Qual è l’Italia che vorremmo vedere raccontata, e soprattutto costruita?

La risposta sta nel rovesciare la prospettiva. Smettere di guardare la realtà dal chiuso di un salotto romano con affaccio su via Veneto, e iniziare a guardare Roma, e l’Italia, da un’altra angolazione. Per esempio, dal mare.

È la suggestione potente che arriva da Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes. La sua idea è semplice e rivoluzionaria al tempo stesso: guardare Roma dal mare, e non ammirare l’orizzonte dalla Capitale. Significa rovesciare il nostro sguardo, uscire da una visione terragna e provinciale per riscoprire la nostra identità più autentica: quella di una penisola al centro del Mediterraneo.

Questa è l’Italia che ha un’alternativa da offrire alla noia esistenziale e alla leggerezza come malattia dei film di Sorrentino. Un’Italia che smette di galleggiare e torna a navigare. Che capisce che il governo del mare è oggi la chiave primaria per il governo del sistema economico, commerciale e politico. Che torna a essere protagonista in quel “Mediterraneo allargato” che dal Nord Africa al Medio Oriente, dal Sahel al Corno d’Africa, rappresenta il nostro orizzonte strategico prioritario.

La Roma che immaginiamo non è quella dei salotti annoiati e dei tormenti interiori che si risolvono con una pizza e una canzone. È la Roma che ritrova il suo porto, che si riappropria del Tevere, che si candida a essere il perno di quelle infrastrutture marittime e commerciali che collegano l’Europa all’Asia e all’Africa. È la Roma che, come ai tempi di Traiano, guarda al Mediterraneo non come a un confine, ma come a uno spazio di connessione e di scambio. Una Roma che decide, che sceglie, che non ha paura di sostenere posizioni impopolari, che non riduce il diverso a macchietta, che affronta il conflitto invece di neutralizzarlo con l’ironia.

Contro il nichilismo elegante dei salotti e l’ironia come rifugio, serve il coraggio di una nuova visione. Serve un’Italia che torni a essere una potenza marittima, che riscopra la propria storia e la propria geografia, che dia ai giovani non modelli da salotto, ma prospettive da mare aperto.