L’OCCIDENTE E’ CAMBIATO
Editoriale | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025

Fin dall’immediato dopoguerra, ottant’anni fa, il nostro Paese si è collocato stabilmente all’interno di uno schieramento politico, economico, ma anche militare e soprattutto culturale che si estende su un’area geografica che include principalmente i grandi Paesi del Nord America e buona parte di quelli dell’Europa occidentale. è quello che definiamo Occidente, che in verità include anche Paesi democratici con forti legami di sicurezza e cooperazione con l’Europa e il Nord America, pur non essendo geograficamente occidentali, quali Israele, il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Corea del Sud.
Per far parte del “club” è necessario che ciascun membro sia costituito come stato di diritto (in cui cioè tutti indistintamente siano subordinati alla legge) e che inoltre riconosca nei suoi ordinamenti alcuni valori di origine illuministica, quali il rispetto dei diritti individuali, la separazione dei poteri secondo la visione di Montesquieu contrapposta all’assolutismo, che prevede che i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario siano affidati ad organi distinti ed indipendenti l’uno dall’altro, in modo che possano controllarsi e bilanciarsi a vicenda.
Negli otto decenni che ci separano dalla sconfitta militare dei fascismi europei l’Occidente si è progressivamente allargato a includere realtà statuali che si affrancavano dalla dittatura, come la Spagna post-franchista o gli Stati dell’Europa un tempo stabilmente inseriti nell’orbita sovietica, fino ad includere nell’alleanza militare, soltanto pochi mesi fa, due democrazie scandinave (Finlandia nel 2023, Svezia l’anno scorso). Un’area geopolitica, dunque, in continua espansione e tuttavia attualmente in una fase critica, in larga parte concomitante con l’avanzare generalizzato di leader e formazioni politiche di estrema destra che in alcuni casi hanno ottenuto – per via elettorale e dunque almeno formalmente democratica – il governo del loro Paese, che hanno cercato di consolidare quanto prima, attraverso riforme costituzionali o genericamente legislative tendenti a ridurre a vantaggio del potere esecutivo l’autonomia degli organi legislativi e giudiziari.
Finora, almeno nell’ambito dell’Unione Europea, i Paesi classificabili come “democrazie illiberali” sono stati in passato la Polonia durante il periodo (2015-2023) di governo del partito conservatore e nazionalista Diritto e Giustizia (PiS) e attualmente l’Ungheria di Victor Orban. Tutto sommato un vulnus limitato, anche in presenza di altri Paesi europei sotto osservazione, quali Italia, Romania e Bulgaria, se non fosse che il quadro complessivo dei regimi democratici si è dannatamente complicato con l’insediamento alla Casa Bianca di un nuovo ingombrante inquilino, al suo secondo mandato, lo scorso 20 gennaio.
Il bizzarro personaggio può contare sulla maggioranza di giudici repubblicani – sei su nove – della Corte Suprema, nonché sulla maggioranza assoluta al Congresso, sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti. Inoltre, come ha dimostrato in questo primo periodo del suo mandato, può legiferare autonomamente mediante ordini esecutivi aventi forza di legge, licenziando ed assumendo impiegati e dirigenti pubblici, citando in giudizio giornali ed emittenti televisive non proni ai suoi dettati. Inoltre il suo potere si esercita anche al di fuori del Paese che lo ha eletto, come sta dimostrando con la sua politica di imposizione di dazi per coartare l’agire di altri Stati sovrani o per le sue strampalate iniziative diplomatiche con le quali insegue un pubblico quanto improbabile riconoscimento di pacificatore, sul modello di Ottaviano Augusto.
Considerato che questo signore (diciamo così) rappresenta il nostro principale e di gran lunga più potente alleato, c’è da perdere la fiducia in un prossimo futuro più sereno del panorama mondiale che ci vediamo intorno nei nostri giorni. E magari diffidare degli statisti o sedicenti tali che abbiano qualche difficoltà a tenere la schiena dritta nel rapportarsi a lui.
