TRIESTE SEQUESTRATA di Michele Ramunno
Il Ponte rosso | Michele Ramunno | n. 117 | piazza Unità | settembre 2025 | Trieste
Un’identità problematica
di Michele Ramunno
Si distingue da lontano, con i suoi fumaioli che scaricano fumi neri senza tregua: la nave da crociera è un gigante d’acciaio che oscura l’orizzonte e schiaccia il mare. Davanti alla Stazione Marittima, quello che sembra un treno merci è una fila serrata di ventitré pullman, pronti a caricare una folla indistinta di uomini senza volto, col capo coperto da un panama bianco o di paglia, o cappellini da Trump supporters, donne con le teste cotonate: «uova bipedi», le definirebbe Giorgio Gaber, ricoperte da camicie con fantasie hawaiane che sembrano partorite dai pittori Fauves.
Nel centro della città, si muovono lenti e disorientati; seguono l’ombrello rosso che sta loro davanti. Avanzano in coppie o in piccoli gruppi; qualcuno resta indietro per fotografare, ma la guida con l’ombrello – protettiva – è pronta a recuperarlo.
I turisti per un giorno si disperdono nella città come un’onda silenziosa. Cercano bevande colorate, souvenir, scorci bidimensionali di mare. Qui la fotografia è una forma di oblio. Torna in mente la profezia di Thamus, il re egiziano del Fedro di Platone, a proposito della scrittura: «Questa invenzione produrrà dimenticanza nelle anime di coloro che l’apprenderanno».
Piazza Unità, maestosa e fotogenica, è il set perfetto per questo turismo take-away. Da qui un giro per la città, a caccia di qualche magnete per il frigorifero, quindi uno spritz o due in uno dei caffè coi tavolini all’aperto, e poi i croceristi evaporeranno come i fumi della nave.
Intanto in piazza Unità, la statua dell’imperatore asburgico Carlo VI, che istituì il Porto Franco, dalla sua colonna indica il mare. Ma Trieste ormai gli volta le spalle. Dal mare non arriva più la storia, ma Erlebnis, direbbe Heidegger – esperienze immediate, superficiali – o, nella confusione globale delle lingue, semplicemente experiences. Non certo Erfahren, la vera conoscenza, quella che trasforma autenticamente una persona.
Con il fastoso Municipio, la Fontana dei Quattro Continenti fa oggi un fondale vuoto. Le sue statue – il Moro, l’Asia velata, le allegorie di fiumi lontani – vorrebbero rappresentare tonnellate di storia. Nel 1938 vennero spostate per far spazio alle parate del regime e all’annuncio di Mussolini della promulgazione delle leggi razziali. Oggi sembrano in attesa di un nuovo esilio. L’angelo alato in cima, allegoria di Trieste, guarda il mare scuro. Forse ricorda il 2005, quando, restaurata, tornò nella sua posizione originaria. O forse il 1954, quando la folla era fatta di uomini e donne, non di crocieristi, e il ritorno della città all’Italia segnava per molti (ma non per tutti) la fine di un incubo. Lì, il 4 novembre dal balcone centrale del Palazzo del Governo il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e il sindaco della città Gianni Bartoli vollero aprire quel nuovo capitolo della storia del Paese che oggi sembra arrivato alle battute finali.
Al tramonto, il Palazzo del Governo scintilla come il mare all’alba. Ma dietro quella facciata, incombono ancora gli spettri del Novecento, e la disposizione degli edifici che lo circondano sembra dar loro forma concreta: i palazzi delle Generali e del Lloyd Triestino, eredità dell’aristocrazia marittima; il Municipio, espressione del potere politico. Come i quattro continenti della fontana, anche qui i poteri si fronteggiano, fermi in un equilibrio monumentale e inquieto. Ma oggi sono soltanto lo sfondo per i selfie dei turisti.
Verso Cavana, la città si rimpicciolisce, come se si vergognasse di tanta maestà. Eppure, è proprio nei vicoli che qualcosa ancora resiste. Non urla, ma pulsa. Tra un nero e uno spritz bianco qualcuno borbotta, per ora, tra sé e sé.
E nella Piazza la donna alata continua a guardare il mare. Forse sa che, qui, la Storia non è mai davvero passata. È rimasta sul fondo, immobile, come il mare nei giorni quieti. Ma un giorno, forse, si rivedrà emergere il dio col tridente: non a domare le acque, ma questa volta per scuoterle. Per spezzare il torpore, per ridestare la Storia.
