MARTINA E CASARINI

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La bella vita del critico d’arte / 55

Martina fu soprattutto ritrattista e per avere un’idea del suo livello in questo ambito basterebbe il grande Ritratto di Giovanni Alborghetti, risalente agli anni Trenta.

Pino Casarini e stato un artista versatile, che è stato pittore, scultore, scenografo e frescante

di Giancarlo Pauletto

Umberto Martina
Ritratto di Giovanni Alborghetti
anni ‘30, conta su carta

Umberto Martina era nato a Dardago di Budoia nel 1880, aveva frequentato l’Accademia di Venezia con Ettore Tito, nel 1904 si era trasferito a Monaco di Baviera per studiare col Marr, pittore americano che là insegnava e di cui egli, ancora ragazzo, aveva ammirato l’opera I Flagellanti, esposta alla prima Biennale.

Tornato a Venezia, ebbe studio in San Barnaba e si affermò soprattutto come ritrattista – ma anche come autore di pale d’altare –, partecipando alle mostre di Ca’ Pesaro e, tra il 1909 e il 1924, ad alcune Biennali.

Scoppiata la seconda guerra mondiale, si era trasferito a Tauriano di Spilimbergo, dove aveva acquistato alcuni terreni, e dove morì nel gennaio del 1945.

Di questo autore io, decenne e voce bianca, reclutato per Natale e Pasqua dalla mia parrocchia suburbana nella cantoria del centralissimo duomo di Portogruaro, avevo visto più volte i quattro evangelisti dipinti entro l’alta cupola, ma seppi solo verso i vent’anni chi era il loro autore, e che era anche un bravo autore.

Umberto Martina
Ritratto di Giovanni Alberghetti 1925 ca, olio su tela

Sicché non ebbi obiezioni quando, nel 1985, mi fu chiesto dal parroco di Dardago – per anni mio maestro di coro nella parrocchia di San Nicolò extra muros – di aiutarlo nella preparazione di una mostra-ricordo del Martina, nato appunto a Dardago e di cui correva il quarantennale della morte.

Fu una mostra realizzata soprattutto con opere di carattere sacro, dalle quali traspariva certo la bravura di un mestiere sperimentato, ma non molto altro, dato che, dipingendo santi e crocifissi, non era certo facile uscire da posture e schemi tradizionali: gli veniva a mancare lo stimolo essenziale del suo lavoro, l’interesse a scoprire, attraverso la pittura, il carattere delle persone che gli stavano davanti.

Ciò che fu invece ben visibile nella mostra curata per il Comune di Spilimbergo correndo il cinquantenario, cioè nel 1995, e poi nell’ultimo impegno che ebbi con lui, quando a San Vito al Tagliamento realizzammo l’esposizione intitolata “Storie di pittura a San Vito: Martina Zuccheri Tramontin De Rocco”, in cui per la prima volta (2022) veniva indagato, attraverso le opere e non più solo con leparole, il rapporto tra questi nostri importanti autori.

Martina soprattutto ritrattista, dunque, e per avere un’idea del suo livello in questo ambito basterebbe avere sotto gli occhi il grande (162×112) Ritratto di Giovanni Alborghetti, una tecnica mista su carta risalente agli anni trenta.

Qui la sapienza accademica è tutta al servizio di una resa che si compone in salda unità, ogni particolare anche spaziale assomma in una potente presenza iconica, di “rocciosa” consistenza.

Mentre il Ritratto di Giuseppe Alborghetti, circoscritto al volto, è severo, affilato, intento, lo sguardo penetrante, e il sommario contesto – giacca e cravatta – risulta perfettamente adeguato a far risaltare la stupenda intensità del volto.

Umberto Martina
Ritratto di Orsola Springolo
1925 ca, olio su tela

Non per nulla Arturo Manzano, nel catalogo del 1970 realizzato per il venticinquennale della morte, citava il Caegher de la calle de le Pasiense (1916)  definendolo «uno dei più forti ritratti che siano stati fatti in quel tempo non dico a Venezia, ma in Italia».

Sulla falsariga si potrebbe continuare a lungo, e citare per esempio il Ritratto del signor Fioretto, reso in corposissima solidità, oppure quello di Orsola Springolo, una pacata, rasserenante figura di donna matura che ci viene incontro dall’interno della sua equilibrata umanità.

Ma citeremo per ultimo il Ritratto del Bambino Ciriani, un’immagine in cui l’interrogazione, la delicatezza, l’assoluta vulnerabilità dell’infanzia appare concretamente visibile e palpitante.

Martina visse tutta la vita facendo soprattutto ritratti su commissione.

Chissà quanti ce ne sono ancora il giro, tra Venezia, il Veneto e il Friuli, oggi perfettamente ignorati se non dai loro proprietari.

Un bel campo di ricerca, per un giovane studioso che volesse allargare il catalogo noto di questo non certo trascurabile autore.

 

Pino Casarini
Il pittore
1942, olio su tela

Pino Casarini, veronese,  fu pittore, scultore, scenografo e frescante, nato nel 1897 e morto nel 1972.

Ebbe diversi riconoscimenti, partecipò più volte alle biennali veneziane, lasciò anche nel territorio della Destra Tagliamento parecchie testimonianze d’arte sacra, tra cui affreschi e pale d’altare a Sacile, Cordovado, Nave di Fontanafredda.

Fui chiamato due volte ad allestire sue mostre, la prima nel 1981, quando il Comune di Pordenone mi incaricò di esporre, nelle sale del Civico Museo Ricchieri, l’importante donazione voluta dalla moglie dell’artista, signora Elide, centrata su alcuni capolavori dell’attività da cavalletto; e poi nel più recente 2007, quando fu il Comune di Cordovado a voler realizzare, in occasione del restauro del grande affresco del Giudizio finale sulla controfacciata del duomo nuovo, una mostra antologica la più completa possibile, che cioè tenesse conto sia delle opere conservate a Pordenone, sia di quelle che, sempre la moglie, aveva destinato alla parrocchia di Sacile, tra cui un gruppo molto ampio e importantissimo di disegni, matrice e sorgente delle idee plastiche del pittore.

Pino Casarini Elide con stendardo
senza data, olio su tela

Di questi disegni se ne poterono esporre, a causa dello spazio limitato, non più di una ventina, con grande rammarico non solo del sottoscritto, ma anche di altri appassionati, poiché era subito evidente, anche solo da essi, che dagli anni trenta ai sessanta si era svolta una vicenda d’arte ricca di capacità narrativa ed espressiva, appoggiata certamente, nella prima maturità, ai moduli della corrente “Novecento”, ma poi sempre attenta a ciò che succedeva nel contemporaneo, dall’impulso neofuturista a quello postcubista, a un gusto della materia assonante con l’informale, il tutto declinato – sia in pittura che in scultura e anche nel lavoro per le scenografie dell’Arena di Verona, cui Casarini si dedicò per molti anni – secondo un gusto dei sapori cromatici molto precisato, come si poté vedere in tante opere della mostra di Cordovado: per esempio in alcuni splendidi ritratti femminili, quale quello che campeggiava – e campeggia – sulla copertina del catalogo, classicamente impostato, certo, ma modernissimo in tutto il gusto cromatico, rastremato in tonalità trattenute, d’affresco, vivissimo nella raffinatezza dei particolari – dai fiori bianchi in mano, al braccialetto, all’anello, al gustosissimo appeal dei libri in basso a destra; o nella Giovinetta con la chitarra, opera d’un quotidiano assai concreto nel volto, nel colore della maglia, infine in tutta la sua compatta unità; o nel ritratto della moglie Elide con stendardo, una composizione di lucidissima cadenza, tenuta in pugno, si potrebbe dire, dallo splendido blu che si dispiega in alto: lo stendardo, appunto.

Ma poi il felice Autoritratto del 1942 e, per quello che riguarda opere del dopoguerra, quadri come L’implorante o La ballerina, in cui si vede che l’artista aveva ben compreso le ragioni che suggerivano un allontanamento dagli abituali moduli classicisti verso una maggior dinamizzazione degli spazi, senza tuttavia dimenticare la ben collaudata capacità di costruzione.

E bisognerebbe continuare, e parlare della scultura, cui pervenne nell’ultima fase dell’ attività, producendo cose molto belle sul tema della Danzatrice, e poi quel lavoro notevolissimo che è il portale del duomo nuovo di Cordovado.

E bisognerebbe anche tornare sul disegno: vi sono centinaia di inediti, custoditi presso la parrocchia di Sacile: ma il tempo e lo spazio stringono, e bisogna andare avanti.

Pino Casarini Campo di esercitazione
senza data, olio su tela