MOBY DICK: UNA PARABOLA SULLA TRACOTANZA
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 125 - aprile 2026 | teatro
Al teatro Bobbio, per la stagione della “Contrada”, una valida compagnia guidata da Moni Ovadia, ha interpretato, con meritato successo, un adattamento teatrale del Moby Dick
di Fulvio Senardi

Capita purtroppo assai di rado di uscire da un teatro soddisfatti e riconoscenti per l’esperienza vissuta. Vuoi frastornato da un Ring wagneriano trasformato in un dramma sul potere dell’oro nero, con dei ed eroi in abiti moderni e Siegfried, kalashnikov alla mano, che si muove tra un Motel e una stazione ferroviaria (in una regia, più volte riproposta, di Frank Kastorf), vuoi disorientato da una pièce di Čechov (la messa in scena triestina di questo marzo), con un Gabbiano ribaltato in musical (i cui incongrui lieviti sonori sposano veramente, come si vuol far credere, i gusti del pubblico giovane?) e che ritrova la strada del testo e di una assennata regia solo nelle ultime battute, lo spettatore abbandona la sala a coda bassa, ma insieme sollevato per la fine della protratta esposizione al brutto. Viva dunque gli spettacoli prosaicamente tradizionalisti? Certamente no; ma non vi è chi non veda che, dove il genio del regista rivoluzionario non innalzi il testo ad altezze siderali, l’opera penosamente “innovata” scivola negli abissi di un surrealismo non richiesto, facendosi collage di intuizioni raccozzate alla buona che spiazzano il pubblico e virano in grottesco la carica di pathos dell’evento scenico.
Bene, nulla di tutto ciò al teatro Bobbio, dove, per la stagione della “Contrada”, una valida compagnia guidata da Moni Ovadia, ha interpretato, con meritato successo, un adattamento teatrale del Moby Dick di Herman Melville (coprodotto dal Centro Teatrale Bresciano, Teatro Quirino e Compagnia Molière). Sul carisma del protagonista c’è assai poco da dire. È storia arcinota e Ovadia non si è smentito. Ottimo il combinato: regista (Guglielmo Ferro), scenografo (Fabiana Di Marco), tecnici del video e della fotografia (Igor Renzetti, Lorenzo Bruno, Riccardo Bagnoli) che implementano la parola drammaturgica con la seduzione visiva di immagini di cielo e mare, a scorrimento sullo sfondo.
Siamo infatti sul Pequod, la nave baleniera lanciata nel folle volo di una caccia alla balena che il capitano Achab, non dissimile per inclinazioni e carattere dal suo omonimo biblico del Libro dei Re, trasforma in una blasfema vendetta personale contro Moby Dick, causa della sua menomazione e oggetto del suo odio. Scovare e uccidere il gigantesco cetaceo è diventata la missione della sua vita, e i marinai che si affidano alla sua esperienza non sono che strumenti per questo scopo. L’adattamento di Micaela Miano mette perfettamente in rilievo la perversa personalizzazione di un’impresa di caccia che risponde a necessità concrete di economia e di vita e che andrebbe svolta secondo le leggi del Signore mentre va invece colorandosi di tracotanza e follia, come non manca di sottolineare, nel libro e nella pièce, il primo ufficiale Starbuck (un persuasivo Matteo Milani), interprete nel romanzo di Melville del ruolo che nella Bibbia spetta al profeta Elia, custode della fede di Jahvé in contrapposizione all’idolatria del sovrano. Del resto, confermando la sensatezza dell’accostamento tra il Libro dei libri e il romanzo di Melville, è stato proprio un misterioso personaggio di nome Elia a preconizzare a Ismaele, l’unico marinaio destinato a sopravvivere, la sorte infausta che attende la nave.
Ottime inoltre le soluzioni di regia dello spettacolo al Bobbio: un boccaporto che si apre sulla tolda, che copre tutto il palcoscencio, dà accesso, senza macchinosi cambiamenti di scena, all’alloggio marinai e, in alternativa, alla cabina del comandante. L’antro oscuro in cui Achab coltiva la sua ossessione, impaziente di affrontare la balena bianca, e dove lo affronta Starbuck che, nel tentativo di farlo rinsavire, lo minaccia addirittura di morte. Ma il buon senso cede il passo alla pazzia e nonostante i cupi presagi che accompagnano la navigazione (la travolgente tempesta, la snervante bonaccia) il Pequod si avvia al suo destino.
L’indeterminatezza allegorica del testo originale, che mette in scena la forza del male nella sua doppia natura di ostacolo ai progetti dell’uomo e insieme tentazione intrinseca che lo permea e lo possiede, è felicemente conservata. Il romanzo di Melville, provocatorio e aperto, è un groviglio di sovrasensi ed allusioni (da qui l’iniziale insuccesso del libro), un’opera complessa la cui natura Pavese, in tempi recenti, seppe perfettamente cogliere: «la ricchezza di una favola», scrisse, presentando Moby Dick al pubblico italiano, «sta nella capacità che essa possiede di simboleggiare il maggior numero di esperienze». Anche quella di raccontarci la vicenda eterna di un demagogo che porta alla rovina i suoi accoliti (di recente Dennis Clausen, professore a San Diego, ha letto addirittura nel capitolo 36 dove Achab indottrina la ciurma che intona insieme a lui il grido sinistro di “morte a Moby Dick!”, un apologo squisitamente novecentesco per come allude alla relazione tra un leader carismatico e una massa succube del suo volere). Nessuna impropria attualizzazione però nello spettacolo al Bobbio: il Comandante di Ovadia non ha la zazzera bionda né pretende il Nobel per la pace mentre fa guerra al mondo intero, ma resta nei limiti di cultura e di fantasia in cui lo ha concepito Herman Melville nel lontano 1851.
