NEL CIMITERO SERBO ORTODOSSO DI TRIESTE di Marina Blagojević

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di Marina Blagojević

 

Dietro le facciate eleganti e i portici vivaci che decorano Trieste, si annida un’anima più segreta, intrisa di storie e di silenzi che attendono di essere ascoltati. Tra questi luoghi, il Cimitero Serbo Ortodosso di san Giorgio conserva un capitolo eloquente dell’identità multietnica della città: non un semplice camposanto, ma un memoriale a cielo aperto. Qui ogni lapide è la pagina di una storia complessa, un tassello nel mosaico multicolore di Trieste. Il cimitero è in Via della Pace e fa parte del complesso cimiteriale di Sant’Anna, che raccoglie le ultime dimore delle diverse comunità religiose di una città che non è mai stata solo cattolica.

È una mattina di sole di fine maggio, una brezza fresca e leggera accarezza la città. Qui trovo un’esperienza di quiete e di riflessione. Lascio l’auto nel piccolo parcheggio antistante. Proseguo a piedi, oltre il cancello di ferro battuto.

Ai lati del sentiero di ghiaia che porta alla cappella dedicata a San Giorgio, siepi ben curate. Il silenzio è rotto solo dal leggero fruscio delle foglie e dal cinguettio degli uccelli. Subito, sulla sinistra, incontro le prime sepolture monumentali, la cui fila prosegue fino a delimitare il confine con il cimitero greco.

Alcuni cipressi, sentinelle silenziose, si stagliano tra le lapidi, proiettando ombre longilinee. Non c’è nessuno, non si sente una voce. Eppure, la presenza sulle tombe di fiori freschi e di candele nuove suggerisce visite recenti. «Vedi?», mi pare di sentire, «Non siamo stati dimenticati del tutto».

La Cappella di San Giorgio è un piccolo edificio dalle proporzioni armoniose, con un portico sormontato da un campanile aperto. Questa cappella è il cuore spirituale del cimitero. Qui la comunità serba si riunisce per i suoi riti e le sue commemorazioni. Ad ogni passo sento il silenzio farsi sempre più intenso; adesso nemmeno gli uccelli cantano più: sento solo il rumore dei miei passi sulla ghiaia.

Proseguendo lungo il sentiero, trovo il monumento funebre di Anastasia Czvetcovich: al centro c’è un bassorilievo con un angelo, ai lati alcuni busti di famiglia: tutto mi appare scolpito con grade maestria. Apprendo che la tomba è stata opera dall’officina locale dello scultore neoclassico Antonio Bosa. Il mio sguardo si ferma sull’angelo: nonostante i lavori di restauro, la sua testa manca, lasciando una ferita aperta nel marmo. Mi chiedo: «Anastasia, cosa diresti del tuo angelo?» E mi sembra di udire un sospiro leggero tra il fruscio delle foglie, quasi un’accettazione silenziosa.

Cammino rasente la parete orientale, incontro la tomba sontuosa di Stevan Ivancovich. È opera di Ivan Rendić, scultore croato che all’epoca – a cavallo tra Otto e Novecento – abitava e lavorava a Trieste, soprattutto realizzando monumenti funebri. Mentre lo guardo, un giovane gabbiano, si posa sul monumento, rompe il silenzio con il suo garrito, quasi volesse allontanarmi.

Scendo pochi gradini per raggiungere la zona centrale del campo sacro. Qui ci sono le lapidi più modeste. Passeggiando tra le croci in pietra, vedo come le tombe ottocentesche sono mischiate con quelle più recenti e come contrastano con le imponenti strutture circostanti. Ma sono anche loro testimonianza di un’immigrazione importante e ininterrotta che continua a contribuire a plasmare il volto di Trieste.

Alcune tombe sono sprofondate nel terreno, quasi risucchiate dal passato. A pochi metri, l’ultima sepoltura si distingue facilmente: è solo un cumulo di terra fresco e ancora informe, con i fiori lasciati dai cari ormai secchi.

Ma è proprio qui, tra le sepolture più umili e recenti, che il mio passo si è fatto più lento, più incerto, fino a fermarsi. Perché anch’io ho qualcuno da ricordare: in questo luogo, e in questo silenzio carico di anime e di storie, trovo anche un pezzo della mia. Metto il mio mazzo di fiori nel piccolo vaso ricavato dal marmo. «Sei tornata», mi sembra di sentirti dire. E nella mente rispondo: «Sì, sono tornata. Oggi, sono qui per te».