PRIMIZIE DI STAGIONE

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Gli spettacoli  che hanno inaugurato la stagione 2025/26 al “Rossetti” e al “Bobbio”

di Walter Chiereghin

IL RITORNO (TEATRALE) DELLA PATRIA

Patriottica la “prima” della stagione 2025-26 del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, non c’è che dire. Trieste 1954 mette in scena, per la regia di Paolo Valerio, un unico attore, coadiuvato dalla cantante Franca Drioli, e da orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste che, da dietro un diaframma sul quale è proiettato un enorme tricolore, ha eseguito, sotto la direzione di Valter Sivilotti, l’Inno nazionale – da qualche anno di prammatica all’inaugurazione della stagione – cui ha fatto seguito un’esecuzione polifonica de La campana di Trieste.

Originale anche l’idea di aprire la stagione con uno spettacolo di teatro a leggio, letture affidate a Simone Cristicchi, che è anche autore dei testi assieme a Simona Orlando, grazie a un incarico commissionato ai due dallo Stabile lo scorso anno, per un unico spettacolo nel fatidico 26 ottobre. per celebrare il 70° anniversario del ricongiungimento della città all’Italia e, insieme, i settant’anni dello Stabile.

Ripercorrendo il canovaccio di quell’antefatto teatrale, Cristicchi ha dato lettura di un testo introduttivo col quale ha disegnato un’ammirata contemplazione della città, una captatio benevolentiae funzionale ad assicurarsi la pregiudiziale simpatia degli spettatori, indossando, per trattare di Trieste, un metaforico paio di guanti «per trattarla con delicatezza, per non mancarle di rispetto». Inevitabile, nel proseguire, un inanellarsi di luoghi comuni. con citazione del confine (ma lui preferisce il termine frontiera «il confine è un limite, una linea di separazione che scoraggia le relazioni», mentre la frontiera «dà l’idea di apertura,di futuro»). E ancora «la bora scura», «la città interiore», il «nessun luogo», perfino il batiscafo “Trieste”, arrivato qua in questi giorni, sia pure in copia conforme. E naturalmente l’inevitabile citazione della «scontrosa grazia» di sabiana memoria.

Con l’intervallo di una canzone affidata all’esecuzione di Franca Drioli, Cristicchi si è quindi accinto a leggere, da un apposito leggio, un altro monologo, passando dall’italiano al romanesco, reinterpretando il personaggio dell’archivista Duilio Persichetti, che aveva animato il suo precedente impegno in Magazzino 18, con la regia di Calenda.

Simone Cristicchi

Alla fine del monologo, una pioggia di fogli tricolori è nevicata dalla galleria, forse tripudio per il rievocato ritorno della patria a Trieste, forse citazione della prima scena di Senso di Luchino Visconti, opera anch’essa del 1954, che ricordava però un episodio occorso alla Fenice di Venezia nel 1866, alla vigilia della Terza guerra d’indipendenza, per cui risulta forse un tantino ridondante la replica in un teatro triestino da settantun anni saldamente inserito nel territorio della nostra Repubblica.

Terminata la rievocazione dei nove anni del singolare dopoguerra triestino, Cristicchi ha interpretato, fra canto e recitazione, tre sue canzoni, tra le quali Ti regalerò una rosa, con la quale vinse a Sanremo nel 2007 e la più recente Quando sarai piccola, presentata anch’essa con successo all’edizione del Festival di quest’anno.

Applaudendocon convinzione – anche se non troppo prolungatamente – il pubblico ha mostrato di gradire la riproposizione scenica di anni cruciali della storia della città. Anni difficili, anche insanguinati, di contrapposizioni politiche e nazionalistiche, di difficoltà economiche, di oscillazioni tra entusiasmi e frustrazioni, di emigrazioni ed espatri dolorosi e di meste problematiche accoglienze di quanti avevano lasciato le proprie case oltre quella linea presto definita “cortina di ferro”. Anni che non meritano di essere dimenticati, ma nemmeno costretti oltre un’altra cortina, quella di una mistificante retorica.

 

BARUFFE IN CITTA’ VECCHIA

Com’è tradizione, ad ogni inizio di stagione teatrale il Teatro Bobbio ospita una nuova produzione della Contrada – Teatro Stabile di Trieste, come sempre in dialetto triestino. La nuova stagione 2025/2026, sarà la cinquantesima, per il mezzo secolo che la separa da quella “prima” di A casa tra un poco, di Roberto Damiani e Claudio Grisancich, andata in scena all’Auditorium la sera del 20 maggio 1976 per la regia di Francesco Macedonio. Wuasi all’altra estremità del percorso cronologico la nuova stagione è inaugurata da Baruffe, commedia liberamente ispirata da Le baruffe chiozzotte, capolavoro di Goldoni rappresentato per la prima volta nel carnevale del 1762 a Venezia, poco prima che l’autore si trasferisse a Parigi.

Il testo presentato al “Bobbio” lo scorso 16 ottobre è stato scritto da Lino Marrazzo (che ha curato anche la regia) assieme ad Eva Maver, ed è una riscrittura dell’illustre e fortunato precedente goldoniano, al quale attinge per l’uso del dialetto (ovviamente triestino e non chioggiotto), per l’ambientazione popolare nel quartiere triestino di Cittavecchia, oltre che per la tensione corale che distribuisce gli interventi affidati all’intera pluralità degli attori, senza preminenza dell’uno sugli altri. Quanto invece lo allontana dal testo di Goldoni è un’ambientazione negli anni Trenta del Novecento, in una Trieste rissosa e popolare, istintivamente diffidente nei confronti del regime fascista.

La locandina

In una piazzetta, inserita nella semplificata scenografia mobile ideata (come pure i costumi) da Andrea Stanisci, accomodate su quattro seggiole all’aperto, interagiscono, ciarlando o accapigliandosi le protagoniste femminili, brillantemente interpretate da Ariella Reggio – consolidata star del teatro – e da Marzia Postogna, Elena Husu ed Enza De Rose. Sono le donne (o se preferite le babe), a muovere i fili della trama, nella quale i personaggi maschili – affidati a Maurizio Zacchigna, Giacomo Segulia, Maurizio Repetto  e Omar Giorgio Makhloufi – si muovono sospinti dalla tenace sotterranea determinazione delle loro controparti femminili.

Tale prima annotazione riscontra nell’intreccio della commedia un motivo onnipresente nel canovaccio di una quantità di testi destinati alla messa in scena: la silente (ma non sempre) manipolazione da parte delle donne che determina quelle che gli uomini ritengono essere le loro scelte, compiute in apparente autonomia. In Baruffe il contrasto irrompe dal conflitto delle due donne più giovani che si contendono un possibile fidanzato, spalleggiate ognuna da una delle più anziane, la madre (Postogna) dell’una e la “zia” (Reggio) dell’altra, secondo uno schema che fornirà materia a tutti gli sviluppi mossi da tale “causa prima”.

Un ritmo concitato e brillante che consente rapidi passaggi dalla commedia alla farsa e viceversa, è movimentato da inserti musicali, curati da Enza De Rose, con un’opportuna citazione da Angelo Cecchelin, l’attore di varietà fiorito nel panorama del teatro popolare e dialettale negli anni ’30. è sua la canzone Adio Citavecia, che viene riproposta a dipingere il clima linguisticamente complesso dell’epoca («Rena vecia, Crosada e Gheto / ga formado un proprio dialeto / co l’acento furlan-piranese / e un incrocio tra el grego e ’l barese»).

 

Il tono lieve e leggero della commedia contiene sottotraccia la rappresentazione di un disagio sociale generato dall’incombere dello sventramento di Cittavecchia, che avrebbe condannato all’allontanamento degli abitanti e alla demolizione degli edifici secondo un piano di ristrutturazione del quartiere, avvenuta negli anni dal 1934 al 1938, ad opera del podestà Salem, per l’abnorme operazione edilizia soprannominato «podestà picòn». Anche l’incombere della minaccia è accennato con leggerezza, ricorrendo ancora a Cecchelin: «In ’sti tempi de progresso / Cità Vecia la torna a fiorir / ma però che pecà / che pecà che i la vol demolir!».

Tra frizioni, gelosie e battibecchi la vicenda si evolve fino allo scontro fisico e persino al baluginare della lama di un coltello, senza condurre ad esiti drammatici, che però sollecitano un intervento, ufficioso e bonario, da parte del Cogitore, il Provveditore del Podestà. L’unico personaggio di estrazione borghese è un burocrate aderente al fascismo, ma afflitto da una celata omosessualità che avvelena la sua piena adesione alle convenzioni – incluse quelle omofobe – del regime.

Lo scontro tra i popolani e il funzionario in camicia nera, pur costruito su una base di irridente ironia, si sviluppa nella sostanza ma rimanendo sottinteso nella forma, fino a condurre a un sorridente inevitabile lieto fine, com’è prevedibile nel tono divertito e brillante di una messa in scena equilibrata e assolutamente godibile.