RACCONTARE LA VITA DI JOYCE
biografie | Gabriella Ziani | Il Ponte rosso n. 118 - luglio/settembre 2025
La testimonianza del fratello minore, Stanislaus, maturata in una posizione di contiguità, ma tutt’altro che privilegiata
Finalmente pubblicata in italiano la biografia di Joyce di Edna O’ Brien, anche lei scrittrice irlandese, scomparsa a Londra lo scorso anno
di Gabriella Ziani

Joyce nel giardino di Svevo
a cura di Renzo Stefano Crivelli e Carlo Giovannella
MGS Press, Trieste 2025
pp. 128, euro 14,00
«Un fratello si dimentica come un ombrello». Tra le frasi celebri di Joyce questa è particolarmente crudele. Di quel fratello minore aveva fatto un uso spregiudicato, buttandogli addosso conti da saldare, case da sistemare, traslochi di cui occuparsi, liti familiari da risolvere. E il severo, mite Stanislaus, che nel proprio diario già a 18 anni aveva scritto «è terribile avere un fratello maggiore più intelligente», gli fu sempre fedelmente devoto per tutto il tempo che James rimase a Trieste – dove proprio lui nel 1905 l’aveva chiamato a raggiungerlo per un po’ di tempo, e dove Stannie restò invece per 50 anni, a insegnare inglese senza requie perché sempre a corto di soldi.
Dalle retrovie del genio di Ulisse appare però una sua figura interessante, che meriterebbe una biografia tutta per sé, e non costantemente di contorno. Lo ha riconosciuto John Mc Court (oggi rettore dell’Università di Macerata, autore nel 2004 per Mondadori della bellissima biografia James Joyce, gli anni di Bloom), alla presentazione del libro Joyce nel giardino di Svevo, che la Mgs Press ha ristampato in nuova veste a distanza di 30 anni dalla prima edizione, e il cui nucleo è la conferenza che Stannie tenne nell’aula Venezian dell’Università di Trieste il 27 maggio 1955, su impulso del preside di Economia e commercio, che era Pierpaolo Luzzatto Fegiz.
Tema e scopo: raccontare, anche con dettagli privati allora inediti, come fu che Joyce scoprì l’alto valore letterario di Italo Svevo, cui dava lezioni di inglese portando via via dei capitoli dei Dubliners in anteprima: quando lesse il racconto I morti, la moglie Livia Veneziani commossa andò in giardino a comporre un mazzo di fiori da porgere a quel così singolare e geniale “mercante di gerundi”, l’appellativo scherzoso che lo stesso Svevo avrebbe in seguito inventato per l’amico. E di come caldeggiò La coscienza di Zeno ai critici francesi Crémieux e Larbaud, artefici della sua fama. Di come Montale orecchiò a Parigi queste novità rilanciandole in Italia – seppure, ci tenne a sottolineare Stanislaus, con molta prudenza e minimo merito –, e infine raccontando lo stretto rapporto umano e culturale tra il giovane irlandese e l’anziano industriale triestino, e di come nessuno dei due influenzò l’altro nella scrittura.

Il libretto, oggi come allora, è in realtà un ben condito ritratto del conferenziere stesso, che qui si prende il palco, con gli interventi biografici e critici di Renzo S. Crivelli – fondatore a Trieste della Joyce Summer School, ideatore della “mappa topografica” dei luoghi sia di Joyce e sia di Svevo, oltre che poi di Saba –, di John Mc Court che traccia un sapido ritratto di questo fratello minore gravato di molte sfortune, e del traduttore Massimo Soranzio.
Così i due fratelli dublinesi, il concavo e il convesso si potrebbe dire, riappaiono in scena e – come i mitici, come gli eterni – non smettono di essere coinvolgenti. Uno diventato la luce, e l’altro l’inscindibile ombra, una simbiosi che non si è mai spezzata, perché nonostante tutte le angherie subite – e qualche raro caso di fastidio e insubordinazione – Stannie fu non solo il primo lettore e critico, e il “maggiordomo” che tutto aggiusta, ma un estimatore mai geloso o invidioso, e da ultimo anche generosissimo nel testimoniare, con interviste, memorie, suggerimenti ai biografi (Richard Ellmann, il biografo-principe, gli dovette moltissimo e forse anche troppo), e con tentativi di mettere in salvo lettere, carte e manoscritti, prendendo contatti con università americane. Opera che intraprese negli ultimi anni, beninteso per racimolare soldi, e che solo la sua vedova Nelly riuscì a portare a termine garantendo a sé e al figlio un vitalizio finalmente adeguato. Ma il risultato, riconoscono gli studiosi, è di inestimabile valore per il gran patrimonio di conoscenze cui i joyciani di tutto il mondo hanno attinto a piene mani, e non c’è dubbio che continueranno a farlo senza mai trovare una fine.
Stannie era nato a Dublino il 17 dicembre del 1884, secondo maschio dopo James, ma in tutto ci sarebbero stati alla fine dieci tra fratelli e sorelle, impelagati nella miseria di un padre fallito e alcolista e nella mestizia di una madre succube. Joyce fuggì, con Nora Barnacle, approdando a Trieste per insegnare alla Berlitz School e in seguito alla Scuola di commercio Revoltella (seme della futura università), e questo è ampiamente noto. Sollecitato dal fratello, Stanislaus lasciò il lavoro mediocre che aveva e incominciò la sua avventura triestina, troncando del tutto i rapporti, formali e affettivi, con la famiglia. Poi i due furono raggiunti dalle sorelle Eileen e Eva, e vi furono anche periodi di burrascosa coabitazione.

James Joyce
fotografia, 1915
Ma James, figlio prediletto dei Joyce, nella sua irrequietezza fisica e mentale riuscì a divincolarsi, durante la prima guerra mondiale in salvo a Zurigo, e dopo un breve ritorno traslocando a Parigi. Alla cattedra vacante subentrò in staffetta (sempre a contratto, in quanto straniero, dunque alla fine senza una pensione) proprio Stannie, che metodicamente insegnò lì per 33 anni. Ma a differenza dello scrittore, il fratello era stato conquistato dalla politica. Vicino agli irredentisti, con la prima guerra mondiale venne internato in Austria per tre anni, dal ’15 al ’18, rinchiuso in due castelli-prigione. Durante la seconda guerra perse il posto, e dopo aver schivato, grazie a conoscenze, la disastrosa minaccia di essere espulso dall’Italia, fu internato a Firenze.
Quel terribile periodo, da cui uscì fisicamente assai provato, gli portò per contrappeso forse l’unica vera gioia della vita: dopo 15 anni di buon matrimonio con la imperiosa Nelly Lichtensteiger, di benestante famiglia austriaca, con la quale era convolato all’età di 45 anni, ebbe un figlio, e lo chiamò James, a eternare la memoria del fratello, ch’era morto nel ’41. Al rientro a Trieste lavorò anche come interprete per il Governo militare alleato, in aggiunta alla cattedra e a quante più lezioni private poteva procurarsi. Perché in tutte queste traversie, vissute per quel che si sa sempre in doppiopetto, con i tratti tipici del gentleman, la costante di Stannie furono i problemi economici. Come del resto per l’illustre fratello, che però non appena conquistava un soldo lo sperperava in bevute o cene in trattoria: il ritrovarsi in bolletta era quasi un fatto genetico, una scomoda eredità psicologica della famiglia d’origine, che non si sarebbe mai risollevata dalla penosa condizione di povertà.
Una delle poche volte in cui Stanislaus s’inalberò con James – e di cui si ha prova scritta, almeno – fu per un prestito (uno dei tanti) mai restituito. «Guadagno come un bravo dattilografo», lamentava, e per la propria lapide s’era preparato una frase irridente, di piccola vendetta: «Primo finanziatore del poeta, romanziere e drammaturgo James Augustine Joyce, purtroppo solo più tardi imitato da Lord Asquith, Mrs Mc Cormick, Miss Shaw Weaver, Miss Beach e molti altri», tutti coloro cioè ai quali il travolgente “J.J.” era poi riuscito a spillare quattrini, e molti.
L’epigrafe non fu usata. Stannie morì tre settimane dopo aver pronunciato la sua conferenza all’Università, nella quale aveva preso apertamente di mira l’insipienza dei letterati triestini che non avevano capito niente di Svevo, e la stupidaggine di coloro che incensavano l’Ulisse e il Finnegans Wake del fratello senza averci capito altrettanto niente. Chiuse gli occhi il 16 giugno, giorno di Bloomsday, l’intramontabile omaggio mondiale a James. Conclude Mc Court: «Era come se il fratello lo stesse chiamando al suo fianco, ancora una volta».

James Joyce. Una vita
Torino, Einaudi, 2025
pp. 176, euro 19,00
Ma c’è un’altra chicca, tanto per i joyciani quanto per i digiuni della materia: Einaudi ha pubblicato, di Edna O’Brien (la scrittrice irlandese scomparsa lo scorso anno) James Joyce. Una vita, biografia sintetica rispetto a tante altre precedenti, ma dove sono condensati con vividezza quasi cinematografica protagonisti e comprimari: la famiglia dublinese coi suoi tanti e sempre più spiacevoli traumi, il modesto ma passionale profilo di Nora Barnacle, la dissoluta e disperata angoscia di “Jim” che per lungo tempo non trova editori e si butta in affari uno più strampalato dell’altro (aprire un cinema a Dublino, commerciare in stoffe, lavorare in banca a Roma), e poi i due figli e appunto la miseria, i continui cambi di casa a Trieste, il bere smodato, l’enorme cultura, l’amore amaro per l’Irlanda che non si eradica, le malattie, la cecità che avanza, l’egoismo a livelli insuperabili, l’avventura folle dell’Ulisse, e quella – l’ultima – dell’inintellegibile Finnegans Wake, con lo sfruttamento a mani basse dei suoi finanziatori stressati ma incantati, tra tutti la fin troppo generosa (e ricca) Miss Weaver, letteralmente saccheggiata.
O’Brien attraversa anche l’oscurità di queste opere, cercandone il filo, il senso, la radice, mostrandoci lo scrittore ormai quasi cieco che inventa il criptico melting pot di parole scrivendo di notte a lume di candela, e ridendo da solo come un demonietto spiritato. In parallelo scorre l’ultimo e definitivo dramma, la pazzia della figlia Lucia, che nonostante tutti i frenetici tentativi di cura temporanea o alternativa (neanche Jung potè aiutarla) finirà rinchiusa in un manicomio. Il rapporto padre-figlia era di confliggente simbiosi, e l’intera amara vicenda è stata ben raccontata in Il segreto di Lucia Joyce di Luigi Guarnieri (La nave di Teseo, 2022).
Il dramma familiare si scontrò infine con le tragiche emergenze del secondo conflitto mondiale. James e Nora, tra mille difficoltà, abbandonarono la Francia occupata dai nazisti e riuscirono a tornare in Svizzera. E lì Joyce morirà dopo un’operazione di ulcera, nel 1941, ormai ridotto – così la scrittrice se lo immagina – a uno spettro fragile, disperato, dissolto in se stesso. Nonostante numerose imperfezioni, resta un appassionato romanzo biografico su una vita già romanzesca.
