RENTAL FAMILY: L’AMORE A DOMICILIO

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Noleggiare un attore perché reciti la parte di un marito che non c’è o di un padre finalmente presente. Un film giapponese esplora la solitudine in una società contemporanea

di Michele Ramunno

Rental Family – Nelle vite degli altri

Nel Giappone contemporaneo, la solitudine non è più solo un’emozione passeggera, ma una vera e propria emergenza silenziosa, un’epidemia sociale che corrode i legami e svuota di senso le relazioni umane. Ed è proprio in questo vuoto pneumatico che si inserisce Rental Family (2026), il nuovo film della regista Hikari. La pellicola, che vede un magistrale Brendan Fraser nei panni di un attore americano in disarmo, ci porta nel cuore di un mestiere tanto surreale quanto inquietantemente reale: interpretare i cari degli altri a ore. Non si tratta però di una semplice commedia amara o di un dramma sentimentale. Rental Family è piuttosto la lucida autopsia di una società in crisi, un’analisi impietosa di come il capitale si insinui nelle crepe dell’anima, proponendosi come medicina per quella malattia che esso stesso ha creato.

La storia è quella di Philip Vandarpleog, un attore del Minnesota: un omone bonario, eternamente in ritardo, visceralmente innamorato della cultura giapponese. Vive a Tokyo da sette anni, ma per i giapponesi è e rimarrà sempre un gaijin, uno straniero, un corpo estraneo destinato a non integrarsi mai completamente. Dopo un fugace momento di gloria come “supereroe tubetto di dentifricio” in uno spot pubblicitario, la sua carriera langue in un deserto di provini falliti e piccole comparsate. Il destino bussa alla sua porta sotto forma di un annuncio per un finto funerale. Sul set, Philip incontra Shinji, fondatore di un’agenzia di “famiglie a noleggio”, la stessa che ha organizzato l’evento.

L’offerta è semplice ma straniante: interpretare, per qualche ora o per qualche giorno, un ruolo sociale di cui qualcuno, per qualche ragione, ha un disperato bisogno.

Philip intraprende così una nuova carriera, interpretando su commissione ruoli nella vita delle persone: passa dal fingersi il padre assente di una bambina all’intervistatore di un attore anziano affetto da Alzheimer, dal compagno di giochi di un giovane in ritiro sociale (hikikomori) al falso sposo di una donna che vuole nascondere ai genitori la propria relazione.

Quella che nasce come semplice recita diventa però un percorso emotivo: dietro ogni richiesta emerge un profondo bisogno di affetto, comunità e appartenenza, e il confine tra finzione e realtà si fa sempre più fragile, spingendo Philip a interrogarsi sulla propria identità e sulla solitudine che lo circonda.

Rental Family è potente perché si ispira a un fenomeno reale in Giappone: i servizi di “rent-a-family”, agenzie che affittano attori per interpretare parenti, partner o amici e colmare vuoti affettivi o salvare le apparenze. I clienti pagano una tariffa oraria e ricevono una breve sceneggiatura per l’interazione. Dietro queste richieste emergono le fratture della società giapponese: la diffusa solitudine, fenomeni estremi come gli hikikomori e la forte pressione sociale a mantenere le apparenze (tatemae), insieme al peso della vergogna sociale (haji), che spingono molte persone ad assumere finti partner, amici o accompagnatori pur di evitare l’isolamento e la perdita di reputazione.

Il film di Hikari, però, non si limita a una descrizione sociologica. Rental Family propone un’analisi profonda del rapporto tra capitale, società e individuo. La società giapponese appare come un guscio vuoto ma resistente: le strutture sociali e le gerarchie restano intatte, mentre si è dissolto il senso di comunità che le sosteneva. In questo vuoto interviene il mercato, che si presenta insieme come causa e falsa soluzione del problema. Così si pagano persone per piangere a un funerale, per far sentire meno solo un anziano o per motivare una bambina allo studio; esistono persino servizi di “scuse” in cui un’attrice si finge amante di un uomo e si presenta dalla moglie promettendo di sparire, nel tentativo di salvare il matrimonio. In ogni caso l’intervento resta individuale e riparativo: una toppa su una ferita, che non mette mai in discussione le condizioni sociali che hanno generato quel malessere.

Il caso più tragicamente emblematico di questa dinamica è quello del capo dell’agenzia stessa, Shinji. Ogni sera, a fine lavoro, paga una finta moglie e un finto figlio per accoglierlo a casa. È un uomo questo, che, come i suoi clienti, vive dentro e fuori la società: perfettamente consapevole dell’inganno, lo asseconda per non infrangere le regole di una struttura che sa essere impenetrabile, ma senza rinunciare al bisogno primordiale di calore umano. Così il capitalista diventa cliente di se stesso, prigioniero della merce che vende, in un cortocircuito esistenziale che dice più di qualsiasi trattato di sociologia.

L’analisi può spingersi fino a un parallelo inquietante tra il servizio di famiglia a noleggio, la psicoterapia e la prostituzione. Tutti e tre, in modi diversi, rispondono a bisogni prodotti dalla struttura sociale e si fondano su una finzione funzionale: nello spazio terapeutico il paziente investe lo psicoterapeuta di ruoli transferali – padre, amico o amante – e proprio attraverso questa dinamica la cura può operare; la prostituzione, invece, vende l’illusione dell’intimità e del desiderio. Il film lo suggerisce con delicatezza attraverso il personaggio di Laura, una prostituta che Philip frequenta in cerca di consigli e affetto, quasi fosse una terapeuta improvvisata o, più semplicemente, una buona moglie.

Il fatto che in Giappone i ruoli a noleggio sostituiscano spesso la psicoterapia, in una cultura dove la salute mentale resta in parte un tabù, non dovrebbe farci sentire più avanzati. Il film lascia intendere che si tratti di due risposte diverse – modellate da società differenti – allo stesso problema prodotto dalla stessa causa: il capitalismo maturo e il suo portato di nichilismo. Fenomeni occidentali come OnlyFans o la cosiddetta “economia dei creator” seguono infatti la stessa traiettoria: la progressiva mercificazione della relazione e dell’intimità.

Rental Family è un film piacevole e attraversato da una sottile ironia tipicamente giapponese, che evita il pessimismo assoluto. Sullo sfondo di una Tokyo patinata ma profondamente sola, affiora infatti una possibile via d’uscita: non politica o economica, ma interiore. Il film suggerisce una forma di fede intesa non in senso dogmatico, bensì come riconnessione con la propria interiorità e con una dimensione più ampia dell’esistenza.

Nelle scene con l’anziano attore Kikuo emerge una spiritualità quasi panteistica: un senso di appartenenza al mondo che rimanda alla natura, al silenzio e alla contemplazione, a qualcosa che non può essere comprato né venduto. Qui sta il cuore del film, riassunto nel verso di Ezra Pound: «Il tempio non è in vendita». La comunità, sembra dirci il film, non può fondarsi su ciò che è calcolabile o acquistabile: è per sua natura irrazionale, cioè priva di prezzo. Solo da una riscoperta non mercificata dell’esistenza può forse cominciare la ricostruzione del tessuto sociale.

In una scena cruciale, dopo aver visitato un tempio insieme a Philip, Kikuo gli dice: «A Roma, fai come i romani». Philip interpreta la frase nel suo significato più comune – quello di adattarsi agli usi e ai costumi della società in cui ci si trova – un consiglio che, per lui, straniero a Tokyo, ha un valore pratico immediato. Ma l’anziano attore gli offre un’interpretazione più profonda e sorprendente: può anche significare “sii migliore di te stesso”. Forse, pensando a Roma come modello di civiltà, “fare come i romani” significa tendere costantemente al massimo delle proprie possibilità, migliorarsi non solo per sé, ma per la comunità. È questa tensione verso l’eccellenza civile, questo impegno a diventare la versione migliore di sé in funzione del bene comune, il vero insegnamento che il film ci consegna. Perché quando i legami diventano merce, ciò che perdiamo non è soltanto l’altro, ma anche noi stessi – e con noi l’intera comunità.