Ricordando Jan Morris

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Un incontro con l’autrice di Trieste o del nessun luogo

di Sabrina Di Monte

 

Incontrai Jan Morris a Trieste, in occasione della sua presentazione alla Scuola per Interpreti e Traduttori della edizione italiana del suo libro Trieste or the Meaning of Nowhere (2001, Faber & Faber): Trieste, o del nessun luogo (2003, Il Saggiatore).

Prima dell’incontro, mi era stato anticipato che Jan Morris era una giornalista e scrittrice inglese, venuta per la prima volta a Trieste come giovane soldato alla fine della seconda guerra mondiale, quando il capoluogo giuliano, dopo essere stato spartito tra le forze d’occupazione inglesi e americane da una parte e jugoslave dall’altra, era diventato Territorio Libero sotto la protezione delle Nazioni Unite. Jan si chiamava James allora.

Lessi poi nel suo libro di memorie Conundrum (1974, Faber & Faber), che la sua transizione da un sesso all’altro era avvenuta a Casablanca nel 1972, quando James aveva quarantasei anni. Conundrum è stato tradotto in italiano col titolo di Enigma (1974, Mondadori). E un enigma, un mistero, un rompicapo deve essere certamente stata la condizione di James Humphry Morris, un bel bambino sano e felice, diventato poi un bell’ufficiale dell’esercito britannico, alto e longilineo, che però fin da piccolo la sera pregava ‘Please God make me a girl’ (“Ti prego Signore, fammi diventare femmina”) e che nel mondo militare si sentiva una sorta di eroina shakespeariana; forse come Viola, che nella Dodicesima Notte, camuffata da uomo, entra al servizio del Duca e se ne innamora.

Mi fu detto che quando scendeva a Trieste, Jan Morris alloggiava sempre al Savoia Excelsior, ed è lì che la incontrai, prima della presentazione del libro. Sulle prime, aveva l’aspetto della classica signora inglese, i capelli bianchi un po’ arruffati, gonna, camicetta e golfetto anonimi, una specie di Miss Marple, solo più alta. Ma nel modo franco in cui ti guardava porgendoti la mano, il sorriso aperto e buono, lo sguardo che sapeva essere ancora intenso e seduttivo, si intuiva un mondo ricco di esperienze ed emozioni.

Uscendo dal Savoia e attraversando Piazza Unità, aveva chiamato, con il classico umorismo inglese un po’ flemmatico, la Fontana dei Quattro Continenti «a bunch of rubble», forse ricordando che il suo aspetto era stato spesso ritenuto dai suoi detrattori «un ammasso indecoroso di pietre».

Di Trieste scrive: «Non è una di quelle città-icona immediatamente visibili nel ricordo o nell’immaginazione […] Eppure ci sono momenti della mia vita in cui si fa strada nella mia coscienza un’evocazione di Trieste talmente nitida che, dovunque mi trovi, mi sento trasportata lì […] l’imperscrutabile porto di mare della mia visione, pervaso com’è d’una dolce melanconia, non rappresenta solo le emozioni adolescenziali del mio passato ma anche gli assilli che mi hanno accompagnato per tutta una vita. Lo chiamo effetto Trieste. È come se fossi trasportata fuori dal tempo, nel nessun luogo, per cogliere una visione fugace e pregnante».

E davvero la nostra piccola Trieste deve avere avuto un effetto speciale su Jan Morris, storica, viaggiatrice, scrittrice e giornalista, che fra i suoi scoop ha quello della scalata dell’Everest come reporter ufficiale del Times. L’annuncio arrivò il 2 giugno del 1953, in coincidenza con l’incoronazione della regina Elisabetta, che lo definì «il più bel diamante della mia corona».

La Morris scrisse libri di viaggio di successo, su Venezia, Singapore, Oxford, Hong Kong e New York, una trilogia molto apprezzata sulla storia dell’impero britannico (Pax Britannica), ricevette premi e onorificenze, eppure a Trieste è tornata più volte, e ancora più spesso col pensiero: «La sensazione è molto simile a quei misteriosi momenti che a volte interrompono una normale conversazione e che, si dice, segnalano il passaggio di un angelo».

Mi piace pensare che qui a Trieste James prima e Jan poi, ritrovò quell’atmosfera sospesa che descrive nel suo libro di memorie, quando, ragazzino solitario e confuso, vagava sognante nelle colline e lungo le coste gallesi dove era cresciuto.

Jan Morris parla del suo ‘conundrum’ con grazia e una certa leggerezza. Dice di aver vissuto momenti di depressione che però ha sempre superato cercando di accettare il mistero della sua identità mancata e della ricerca di essa come un destino che abbia in sé anche qualcosa di magico, una sorta di ‘divina onniscienza’, un segno di unicità, che fa pensare al privilegio di Tiresia l’indovino di vivere a cavallo dei due sessi, prima uomo, poi donna, infine una compenetrazione di entrambi. Nella sua ultima intervista (febbraio 2020) parlando della sua transizione dice: «Non userei la parola ‘cambio di sesso’ per quello che successe a me […] Sono un po’ di entrambi».

Naturalmente il percorso non deve essere stato facile, sentirsi donna nel corpo di un uomo gli dava una sensazione di indeterminatezza che lo portava ad isolarsi, a vivere un po’ distaccato dagli altri. «L’amore mi salvò», scrive. « […] un amore di un’intensità così diversa da tutto il resto, su un piano di esperienza così misterioso […] che fu la chiave che aprì la serratura del mio enigma».

James sposò Elisabeth Tuckniss nel 1949, da lei ebbe cinque figli (di cui una figlia persa a soli due mesi dalla nascita). Dopo il cambiamento di sesso dovettero divorziare, ma i due rimasero sempre insieme, e nel 2008 si unirono di nuovo con matrimonio civile.

Jan Morris è morta il 2 novembre 2020, a novantaquattro anni, nel suo amato Galles. Così annuncia la sua scomparsa alla BBC il figlio Twm: «Jan Morris ha iniziato il suo più grande viaggio. Lascia sulle rive del fiume la sua compagna di una vita, Elisabeth». ‘Partner’, “compagna” l’aveva chiamata riferendosi a lei anche durante il nostro incontro a Trieste.

Nelle foto che la ritraggono, Jan Morris è sempre sorridente e felice. Solo la foto dell’ultima intervista nel febbraio del 2020 la ritrae smagrita e un po’ triste. Il giornalista racconta di una conversazione gioiosa malgrado la sensazione di Jan di essere arrivata alla fine dei suoi giorni.

La sua idea di riposo eterno è contenuta nel finale del suo libro su Trieste: «Per la maggior parte del tempo che verrà percorrerò le rive del Dwyfor, insieme alla mia amata; ma di quando in quando potrete trovarmi a bordo di una barca, sotto i bastioni di Miramar, a contemplare il volo di stormi di usignoli».

 

Fig. 1:

James Humphry Morris

durante la spedizione

sull’Everest, 1953

 

Fig. 2:

Jan Morris

nella sua abitazione, 1988