RILEGGERE LA FRONTIERA
Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | Luca Zorzenon | narrativa
Ripubblicato il libro di Franco Vegliani ambientato sull’Adriatico, metafora della fluidità di una frontiera abbattuta in ondate successive su vite, epoche e regioni complesse
Una terra mistilingue, plurietnica, spossata dai conflitti, tra oppressione e liberazione, in cui l’identità non è stabilità indiscussa, ma perenne alternanza tra appartenenza ed estraneità
di Luca Zorzenon
Abot, Roma 2025
pp. 248, euro 15,00
È da rileggere e da riscoprire La frontiera di Franco Vegliani, e notevole, perciò, è stata l’intuizione della casa editrice romana Abbot nel proporne una ristampa (2025), con prefazione di Davide Tecce. Sul solco della meritoria iniziativa editoriale sarebbe opportuno anche pensare ad un rinnovo dello studio complessivo sulla figura e l’opera dello scrittore, triestino di nascita (1915) e profondamente legato all’Istria costiera e alle sue splendide isole. Vegliani è stato scrittore parco e appartato, oltre a La frontiera (1964), i suoi romanzi si contano pressoché sulle dita di una mano: Processo a Volosca (1958), La carta coperta (1972). Postumi (Vegliani muore a Malcesine nel 1982), sono usciti Lettere in morte di Cristiano Bess, Storie di animali, La città provvisoria. Da tener presenti anche, nella sua attività intellettuale, il Saggio su Ugo Betti (1937), Malaparte (1957), Storia degli industriali italiani (1972). Dopo la cattura in Africa nel 1942, tenente dell’esercito, e la prigionia inglese durata quattro anni, Vegliani decide di stabilirsi e lavorare a Milano. Lo sguardo narrativo sulla sua terra d’origine, quella frontiera in cui da sempre si mescolano popoli, lingue, culture diverse, scenario dei suoi romanzi migliori, è dunque una sorta di amor de lonh, nel tempo e nello spazio.
La barca (il “guzzo”) con cui Simeone, uno dei personaggi più importanti della Frontiera, va a pesca nel mare dalmata della sua isola, si chiama per l’appunto Lontananza. E il romanzo di Vegliani vive anche di lontananza se la prima persona del narratore interno, un ufficiale dell’esercito italiano di occupazione della Jugoslavia, dichiara che solo una lunga riflessione nel tempo e lo sguardo che proviene da uno spazio ormai altro lo hanno convinto a narrare quei fatti lontani che, giovane, nel 1941, lo hanno così intensamente coinvolto e fino a segnarne nel profondo la vita intera. E i fatti riguardano alcuni mesi di licenza che il giovane ufficiale italiano, in attesa di esser nuovamente mandato a combattere in Africa contro gli inglesi, vuol trascorrere in un’isola delle coste dalmate, nei luoghi cari alla memoria delle sue radici famigliari. Quell’isola e il mare che la circonda, separata dalla terraferma invasa dalle truppe italiane su cui inizia e via via si fanno più violente l’azione partigiana di resistenza jugoslava e la feroce repressione dell’esercito fascista, divengono nel romanzo una sorta di zona franca, uno spazio di momentanea sospensione del furore della guerra, di provvisoria terra di nessuno, un luogo concreto e insieme simbolico in cui al tempo della barbarie bellica si giustappone quello, inquieto, turbato, sofferto di un itinerario di formazione di una coscienza progressivamente più profonda e autentica, insieme intimamente esistenziale e storica; un percorso di formazione in cui il giovane ufficiale si inoltra man mano nel doloroso territorio di una crisi delle certezze cristallizzate, delle appartenenze identitarie, culturali e ideologiche, personali e politiche.
Simeone, un ex impiegato delle dogane in pensione, fedele servitore dell’impero austro-ungarico, poi alle dipendenze del Regno jugoslavo ed infine testimone dell’invasione nazifascista, destinato nella sua vita a servire tanti padroni e tuttavia nostalgico della vecchia Austria multinazionale della sua giovinezza, nel romanzo di Vegliani entra in scena con un che di magico, con un qualcosa che, sia pur alla lontana, ricorda l’Ancient Mariner di una famosa ballata romantica e da subito pare individuare nel giovane ufficiale quell’erede privilegiato di una storia passata, che nel racconto via via si fa più vicina al presente, ne invade il tempo e lo spazio, stringe in una maglia di possibile specularità la vicenda esteriore e interiore del giovane ufficiale italiano. È la storia del nipote di Simeone, Emidio Orlich, ventenne alfiere dell’esercito austriaco nella Grande guerra, morto sui Carpazi nel 1916, di cui Simeone custodisce gelosamente carte, lettere e documenti a suo tempo recatigli dall’attendente del nipote, Lorenzo Contin. Nell’amicizia con Simeone, il giovane ufficiale dell’esercito fascista subisce progressivamente il fascino dei racconti del vecchio sulla vita e il destino del nipote, dalla sua partenza con il famoso – e famigerato – battaglione del 97°, alla sua permanenza di addestramento militare in Stiria, agli incontri decisivi per la sua crisi identitaria, la storia d’amore con Melania e l’amicizia con Bogdan Màlalan, un irredentista sloveno, che ha in animo di disertare e che, scoperto, viene condannato a morte e giustiziato, fino alla ambigua, enigmatica morte di Emidio al fronte, nella sua prima vera azione di guerra. Nel trasmettere via via al giovane ufficiale brani della storia del nipote, Simeone stesso è figura che da un lato esprime la sua esigenza di mantenere viva la memoria di Emidio, di discuterne in segreto con qualcuno di cui fidarsi le opacità della sua drammatica storia, dall’altro pare indicare per sottili allusioni all’ufficiale che de te fabula narratur. Ed è ciò che, progressivamente, l’io narrante introietta in sé, nei suoi dialoghi con Simeone che, non a caso, al riparo di sguardi indiscreti e pericolosi, avvengono prevalentemente in due “terre di nessuno”, in mare nella barca di Simeone durante le giornate di pesca o al chiuso dell’umile tinello della sua casa.

Il romanzo di Vegliani è costruito, dunque, fondamentalmente sul tema del doppio e dei suoi multipli che vi si dipanano, sull’idea che la realtà delle cose e della vita non tolleri unicità di visione, cristallizzazioni identitarie certe e univoche, e, piuttosto, sia invece un perenne processo di difficile e dolorosa formazione progressiva che si nutre della sostanza del dubbio, della crisi, della messa in discussione di fenomeni ideologici, storici, personali e collettivi, trasmessi ed ereditati come certi e indiscutibili. E, infine, entra in crisi la stessa idea della guerra, quell’orizzonte di violenze e di conflitti che dal 1914 al 1945 ha sconvolto, disarticolato, contrapposto le terre e i popoli della frontiera orientale. L’alfiere dell’impero Emidio Orlich muore in circostanze oscure e sospette nella terra di nessuno fra le linee nemiche; l’ufficiale fascista, suo giovane coetaneo, di un altro tempo e di un’altra storia, ne discute con Simeone il senso possibile della sua breve storia di vita e insieme ne elabora, fra renitenze ideologiche e alibi psicologici e progressivi disvelamenti della coscienza, legami, intrecci, parallelismi con la propria vicenda presente, in quella terra di nessuno che è un’isola dalmata, al cospetto della vastità insondabile del mare, la cui costante presenza nel romanzo diviene allegoria del tempo e dello spazio propri dell’idea di frontiera, fluidi, vasti, aperti ad una continua rimodulazione del senso delle cose e dell’identità, personale e collettiva, radicalmente alternativi rispetto alla terraferma in cui la guerra brucia i destini delle vite dei singoli e dei popoli nella logica nazionalista del conflitto e della contrapposizione confinaria.
Il parallelismo tra due personaggi, due storie e due epoche diverse, che tuttavia la brutale realtà della guerra unifica, trova il suo primo fondamento in questo spazio, la terra di nessuno (quella tra le trincee in cui muore Emidio, quello marino di Simeone e dell’io narrante che ne ricostruiscono la vicenda umana), pervaso da un’idea del tempo fluida e non univoca, entro cui si mescidano passato e presente, la differenza alla coazione a ripetere, la separazione alla convergenza, l’unicità al suo doppio e al suo multiplo.

Due, in particolare, paiono gli assi portanti strutturali dell’assetto narrativo de La frontiera, in relazione alle sue tematiche decisive. In primo luogo, la multitemporalità interna al racconto che Vegliani orchestra e dirige. Il tempo del racconto e i tempi delle due storie si intrecciano e giustappongono nel continuum del fluire narrativo di Vegliani che delega all’io narrante il ricordo lontano della sua esperienza da giovane su quell’isola in un racconto che a sua volta si nutre della narrazione di Simeone della vicenda del nipote Emidio. In secondo luogo, la storia di Emidio avanza di grado in grado nel romanzo mescolando ricordi di Simeone, racconti di chi gli è stato compagno al fronte, pagine di diario, fotografie, appunti, lettere del giovane ufficiale austro-ungarico: tutto ciò che ne rimane, frammenti, tessere musive da ricomporre, da discutere, da interpretare, in una sorta di ri-montaggio della sua breve vita a partire dalla strana, enigmatica fine. E non sempre Simeone e l’ufficiale accordano le loro letture sul destino di Emidio, tradito dalla sua immaturità giovanile che ne ha deviato tragicamente gli ideali e il corso dell’esistenza per Simeone, o piuttosto, per l’ufficiale, soggetto a un processo di crisi di identità di cui il gesto che pone fine alla sua vita, pur nella sua ambiguità, è logico e coerente sbocco di un destino consapevolmente assunto su di sé. Bene ricorda Davide Tecce, nella prefazione, l’influsso che dovette avere sulla narrativa di Vegliani il padre magistrato: La frontiera è anche un romanzo che si avvale di procedimenti narrativi dell’inchiesta, della quête, che da interiore, coscienziale, si allarga poi a sondare le vicende storiche del confine orientale. La vita di Emidio, ridotta a frammenti sparsi e lacerti irrelati, è una postuma ricostruzione a due, Simeone e l’ufficiale, che intreccia e alterna più punti di vista, più testimoni, diverse interpretazioni.

Cosa ha capito Emidio di sé e della guerra che lo ha travolto? Cosa comprende di sé e della guerra che lo coinvolge l’ufficiale che lentamente è irretito nella narrazione di Simeone? Vegliani accenna, suggerisce, non risolve in modo definitivo. La sostanza sta in un parallelo processo di crisi di identità, da un giovane all’altro, da una guerra all’altra, da un’autorità imperiale della tradizione asburgica che suicida se stessa nella sua ultima guerra, alla dittatura fascista che conduce l’Italia sull’orlo di una rovina definitiva, in una terra mistilingue, plurietnica, continuamente percorsa da logiche conflittuali, di oppressione e di liberazione, in cui l’idea di identità non può coincidere con la stabilità indiscussa, ma è perenne ricerca, crisi di appartenenza e di inappartenenza, capacità di porre in discussione l’esistenza, individuale e collettiva. La decisione finale nella quale Emidio consuma i suoi brevi anni, qualunque ne sia la ragione e l’intento, somiglia a un cupio dissolvi, a una perdita di sé. Simeone, alla fine, saluta, paternamente, l’amico ufficiale, ammanettato tra i deportati per sospetta attività antifascista; la vacanza-licenza dell’ufficiale è finita, lo aspetta la guerra d’Africa e un tempo del poi in cui maturare lentamente la scrittura della memoria sulla sua decisiva esperienza di formazione sull’isola. Un atto dello scrivere che nel narratore de La frontiera sembra caricarsi di un valore salvifico, con il quale resistere e stornare da sé quella crisi di inappartenenza che ha travolto trent’anni prima il suo “gemello” Emidio.
