ROCKY HORROR SHOW AL ROSSETTI
Francesco Carbone | Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025 | teatro
di Francesco Carbone
Rocky Horror Show al Rossetti di Trieste è stato bellissimo. Detto questo, a cosa può servire una recensione che appare in un mensile, quando lo spettacolo ormai non c’è più? Vladimir Horowitz (il pianista) alle dame che accorrevano nel suo camerino per offrirgli il loro estatico giudizio sul concerto, diceva serafico: «Bello? Brutto? Ormai non cambia niente». L’unica chance per l’umile recensore sarebbe forse provare a cavare dall’evento qualche pensiero in più e un breve diario dell’esperienza.
11 novembre 2025: è la prima. Il teatro è popolato in gran parte da persone come me, per le quali Rocky Horror – che ha 52 anni -è un vecchio amico che magari non si rivede spesso ma che non si dimentica. Anche questa sera, vista l’età media del pubblico e i sorrisi, pare che tutti pregustino il ritorno di un piacere perfetto: come bambini che aspettano la vecchia fiaba a cui non va cambiata una virgola.
Però accanto a me c’è una coppia di bei trentenni che esalano buon profumo e che, pur avendo speso 108 euro per la celeberrima opera rock, poco prima dell’inizio mi chiedono qualcosa sull’ambientazione, a cui credo di rispondere nel modo più ovvio: «Sì, in America, come nel film»; «Perché?» risponde il buon odore, «Da questo spettacolo è stato fatto un film?».

Io non saprò prenotarmi un posto a teatro usando l’app del Rossetti, ma voi non avete idea di chi sia stato Tim Curry… I due giovani, che a me sembrano tanto i lindi Janet Weiss e Brad Majors (i due fidanzatini dell’opera), mi spiegano che si sono fatti un’idea di Rocky Horror «scrollando Wikipedia» e che era bastato: forse le vie del Signore sono davvero infinite.
Lo spettacolo inizia: sul proscenio esce una maschera (nel senso di una di quelle ragazze che accompagnavano gli spettatori al loro posto, vestite tra discinto e infantile, con sospeso sotto il seno un banchetto con sigarette, dolci e bevande). La maschera canta – da Dio – Science Fiction/Double Feature: è il proemio che, come in Romeo e Giulietta, annuncia il tema e la trama. In Science Fiction/Double Feature («fantascienza, due spettacoli al prezzo di uno») c’è già tutto: Flash Gordon, l’Uomo Invisibile, King Kong con Fay Wray, tutti gli eroi dei vecchi B movies.
Rocky Horror annuncia subito che è fatto di accumuli di citazioni parodistiche, e che in questo gioco ha intenzione di sfrenarsi: altro che less is more… Quest’ammasso di archetipi Eliot lo trovò nell’Amleto, e per lui era il suo difetto; Umberto Eco in Casablanca, trovandovi il suo pregio.
In Rocky Horror ci sono i fidanzatini che si perdono nella notte tempestosa, che finiscono nella tana del mostro, dove vengono iniziati al sesso da un dottor Frankestein in guêpière: demiurgo irresistibile circondato da un coro di freak alieni venuti sulla Terra forse solo per questo trip.
Il tempo vola. Anche i due giovani accanto a me si divertono, anche se a me pare più moderatamente. Alla fine il Time Warp il bravissimo cast lo fa ballare a tutti noi del pubblico; anche la coppia profumata si lancia, anche se non con la disinvoltura dei vecchietti davanti che non sbagliano un gesto.
A suo modo, non aver visto il film può essere un vantaggio: per quanto lo show sia tutto stupendo, mai si deve commettere l’errore di confrontare chi qui fa Frank-N-Furter (Jason Donovan) con il sublime Tim Curry del film: come rimpiangere la Callas tutte le volte che assistiamo alla Norma.
Finale: quando Frank-N-Furter muore, lascia gli altri personaggi spenti e desolati, proprio come il don Giovanni di Mozart alla fine del dramma giocoso. Perché solo Frank, come don Giovanni, è la libertà sfrontata, irresponsabile, impunibile: il demonico che tutto contagia.
E questo è nato nel 1973, quando c’era la guerra in Vietnam e Nixon, ma c’erano tante altre cose: intanto un mare di giovani. – Qui chi governa cerca i voti chiamando «schifezza» quell’idea del piacere e del sesso con cui Rocky Horror ancora ci contagia. Ma canticchiando «There’s a light in the darkness»,ci tenta l’impertinente certezza che neanche l’attuale Trump Horror Show sarà per sempre.
