SCOMPORRE SHAKESPEARE

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All’Hangar Teatri tra Carmelo Bene e Re Lear, due opere che sfidano il nulla

di Michele Ramunno

Sabato 15 novembre, all’Hangar Teatri di Trieste, è stata inaugurata una mostra di arte contemporanea dedicata a Shakespeare: un percorso eterogeneo, popolato da artisti e immaginari diversi, accomunati dalla volontà di interrogare – o disturbare – il grande bardo. Una premessa, però, è doverosa: quando si scrive di arte contemporanea bisogna muoversi con cautela. Non per timore del giudizio altrui, ma perché l’arte contemporanea stessa, per natura, tende a rendere l’osservatore un potenziale autolesionista concettuale. Non è un limite del pubblico: è il dispositivo dell’arte a imporre un’esperienza che spesso oscilla tra provocazione, nichilismo e artificio. E qui vale la pena affrontare la questione di fondo: che cos’è diventata l’arte contemporanea? Perché, così spesso, sembra odiare la bellezza? Perché siamo passati da icone che elevavano lo spirito – dal Cristo medievale all’Uomo Vitruviano – a un orinatoio in un museo, a una banana scocciata al muro, alla “merda d’artista” riprodotta come reliquia postmoderna? Molti rispondono parlando di libertà, sperimentazione, anti-accademismo. Ma a ben vedere la faccenda è più complessa, e più sinistra. L’arte contemporanea, molto più di quanto gli stessi artisti ammettano, è un’arte politica: non perché promuova un’ideologia chiaramente identificabile, ma perché incarna perfettamente l’ideologia dominante dell’Occidente secolarizzato.  È l’arte di una società che ha rifiutato lo scopo, l’ordine, la trascendenza, e che quindi genera opere che non cercano più il significato, ma solo la reazione. Non rappresentano più la grandezza, ma la frattura; non l’ideale, ma il frammento; non il senso, ma il suo collasso. E, quel che è peggio, lo fanno con un’aria di superiorità, quasi volessero schiaffeggiare chi non applaude allo scandalo programmato. L’arte oggi si finge trasgressiva ma in realtà – come ha notato Mark Fisher – è perfettamente dentro il realismo capitalista: non rompe nulla, non crea nulla, esiste solo perché un mercato decide che esiste. La banana di Cattelan non “vale” perché è arte: è arte perché qualcuno ha deciso che doveva valere. E allora chi, oggi, osa ancora cercare la bellezza rischia di essere guardato con sospetto, quasi fosse nostalgico di un ordine perduto. Ma distruggere il bello è pur sempre un modo per costruire un nuovo paradigma. Rifiutare la verticalità dell’eroe, togliere una statua e sostituirla con un simbolo dell’uomo “progressista”, non è un atto neutro: è proporre un nuovo modello, una nuova estetica morale. Ogni epoca, volente o nolente, costruisce i propri miti. Solo che quelli di oggi nascono già con la muffa addosso. Eppure, nella mostra dell’Hangar Teatri, qualcosa sfuggiva a questo automatismo. Tra le molte opere che cercavano la provocazione o la strizzata d’occhio all’immaginario contemporaneo, due lavori meritavano davvero attenzione: perché tentavano – ognuno a modo suo – di attraversare Shakespeare senza ridurlo a pretesto.

Francesco Carbone
Amleto
tecnica mista su carta intelaiata
cm. 130 x 168
2025

Amleto di Francesco Carbone

Disastro creativo: un omaggio imperfetto a Carmelo Bene

Tra i lavori più ambiziosi, questo Amleto colpisce subito per la sua energia febbrile. È un grande disegno a grafite, attraversato da inserti rossi, popolato da figure mostruose, volti deformati, teschi, rospi coronati. Il principe danese è qui ridotto a spettro, marionetta, relitto: un anti-eroe esattamente come lo avrebbe voluto Carmelo Bene, il vero convitato di pietra dell’opera. Il tratto convulso, l’accumulo di forme, le catene che gravano sul protagonista restituiscono l’idea di un Amleto imprigionato non dal destino, ma dal ruolo. Carbone coglie bene la lezione di Bene: rifiutare l’identità, sabotare la psicologia, negare l’azione. L’Amleto beneiano non fa: disfa. Non agisce: si sgretola. Ci sono momenti davvero riusciti, come la televisione in cui appare un soldato: un’immagine che richiama la società dello spettacolo e l’ossessione visiva del nostro tempo, in perfetta continuità con la critica di Bene alla rappresentazione come inganno. Altri elementi, però, funzionano meno. I rospi coronati, ad esempio, oscillano tra satira e decorazione grottesca; il rosso in alto a destra, pensato come ferita della tela, appare più approssimativo che perturbante. A volte l’opera sembra barcollare sotto il peso del suo stesso immaginario “dark”. E tuttavia, in modo paradossale, proprio questa incoerenza finisce per essere coerente con il modello a cui si ispira. Il disastro fa parte dell’estetica beneiana. L’opera non è perfetta, e forse non vuole esserlo. È un omaggio sincero, a tratti ingenuo, ma animato da un vero desiderio di misurarsi con un Amleto impossibile da possedere. E quel che funziona, funziona con potenza.

Iva Androich
Re Lear, Atto V scena III
tecnica mista su tela
cm. 100 x 120
2025

Re Lear, Atto V scena III

Il fragile baratro secondo Iva Androich

Se l’Amleto di Carbone lavora per accumulo, il Re Lear di Iva Androich lavora per sottrazione. Ed è, senza mezzi termini, una delle opere più riuscite dell’intera esposizione. L’artista abbandona la narrativa e si concentra sulla temperatura emotiva della tragedia: non illustra, non cita, non racconta. Distilla. Il volto centrale di Lear, spezzato da venature dorate che ricordano il kintsugi, è una trovata poderosa: la frattura viene esibita, quasi celebrata. Lear non è un re che cede al potere, è un uomo che cede a sé stesso. E proprio in quel cedimento si illumina. Le figure pallide che lo circondano non sono personaggi: sono residui, fantasmi, voci interiori. Il rosso – misurato, quasi timido – appare soltanto laddove il quadro ha ancora un battito vitale. La pittura è materica ma mai caotica, densa ma non soffocante. Tutto è calibrato, necessario. A differenza di molte opere contemporanee che si rifugiano nel simbolismo eccessivo, qui la simbologia è precisa, puntuale, meditata. È un Lear non più politico, non più titanico: un Lear umano. Un Lear che non urla, ma sussurra: ed è proprio per questo che colpisce più a fondo. La tragedia, in questa lettura, non è il crollo del potere, ma il crollo della percezione. È un volto che si incrina, un’identità che non regge più il proprio peso. Un’opera delicata e potentissima, che restituisce Shakespeare nella sua forma più fragile e più vera.

La mostra dell’Hangar Teatri aveva al suo interno tutto ciò che l’arte contemporanea spesso propone: provocazioni, esercizi di stile, tentativi più o meno riusciti di “aggiornare” Shakespeare al presente. Ma in due casi – nell’Amleto di Carbone e nel Re Lear di Androich – qualcosa andava oltre. In un presente artistico che spesso glorifica il nulla, questi due lavori hanno avuto il coraggio di restituire un frammento di senso: uno attraverso il caos, l’altro attraverso la fragilità. Ed è forse questo il gesto più rivoluzionario che l’arte contemporanea possa ancora permettersi: rifiutare il vuoto. Opporsi all’idea che siamo destinati a non essere nulla. Tornare a guardare l’umano – anche quando si frantuma. In un’epoca che odia la bellezza perché teme la verticalità, Shakespeare continua, malgrado tutto, a offrirci un punto di appoggio. E quando un artista lo ascolta davvero, qualcosa accade ancora.