Se amore guarda, gli occhi vedono

Uscito il 2 maggio, giorno dell’alluvione in Romagna, il nuovo libro di Tomaso Montanari

di Anna Calonico

 

Mentre leggevo l’ultimo libro di Tomaso Montanari eravamo tutti in trepidazione per l’alluvione in Emilia Romagna, e la preoccupazione era forte per la città di Ravenna. Per la popolazione, certamente, ma anche per il patrimonio artistico: parlando di Ravenna, vengono in mente sicuramente i mosaici, ma il patrimonio artistico, davvero, che cos’è?

Non è una domanda semplice, se si leggono i (numerosi) libri di Montanari che il patrimonio culturale lo conosce bene e lo ama e ne grida con veemenza le difficoltà.

Il suo ultimo volume, Se amore guarda, prende il titolo da una frase di Carlo Levi, ha come sottotitolo Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale, e inizia, appunto, cercando di definire il concetto di “patrimonio culturale”.

Il primo capitolo può essere definito addirittura un’appassionata dichiarazione d’amore e colpisce in modo particolare un concetto: «Il patrimonio culturale è uno spazio che è anche un tempo: un altro tempo, incuneato in quello che chiamiamo presente, ma a esso sottratto, rubato» (p.3). Il senso di questa frase ci viene ampiamente spiegato nei primi due intensissimi capitoli: «Qualunque sia il nostro pensiero sull’aldilà, possiamo vedere nel patrimonio culturale la porta che ci mette in relazione con chi è stato, come noi e prima di noi, vivo: le tombe, le epigrafi, i ritratti, gli stemmi, le opere commissionate, la materia trasformata da mani umane in opere d’arte che vivono oggi nel nostro tempo. È solo qui che davvero si incontrano e si toccano vite altrimenti lontanissime» (p.11).

Una definizione profonda e commovente, e vorrei lasciare la parola all’autore perché riesce a farsi capire in maniera totale e trascinante, ma vi rovinerei la lettura che, come dicevo, è intensa, ricca di esempi, e insistente, quasi volesse trovare l’esempio giusto per convincere ogni lettore.

Concordo in pieno quando dice che il rapporto con il patrimonio culturale è un qualcosa che coinvolge tutto il nostro corpo e tutti i nostri sensi: «abitiamo il patrimonio, lo percorriamo, lo tocchiamo, lo respiriamo: ci viviamo dentro» (p. 15).

Per far capire meglio cosa vuol dire, l’autore ci prende letteralmente in braccio (la sua scrittura è come sempre scorrevole e la lettura fila via veloce) e ci porta indietro nel tempo, lasciando che lo stesso pensiero ci venga spiegato da Cicerone, Simone Weil, Lord Byron, Raffaello. Ci porta in chiese immense e davanti a statue e opere architettoniche che ci lasciano senza fiato, e che si possono spiegare soltanto restando in silenzio, perché le parole non riescono a dire né la loro grandezza né le nostre sensazioni. Il volume è pieno di questi paragrafi che ci trascinano con calore dentro quadri, siti archeologici e monumenti, qui descritti con le parole dei contemporanei (per esempio Carlo Levi, Pasolini, Orhan Pamuk) ma anche degli antichi (Polibio, Cicerone, Seneca, Catone il Censore, solo per citarne alcuni), e si arriva in fretta (nel senso che si legge tutto d’un fiato) al terzo capitolo, Perdita e cura, che in periodi di angoscia come quello della recente alluvione, o dopo crolli, terremoti, atti vandalici, ci stringe davvero il cuore: «Sappiamo che un giorno ne sarà pianta la perdita. Sappiamo che, per questo, dobbiamo averne cura» (p26).

Nel retro di copertina, in un breve passo, viene anticipato questo e qualche altro punto importante. Per esempio, si parla anche di un tempo ormai trascorso in cui il patrimonio culturale veniva celebrato, esaltato come un possesso del presente, mostrato come fa una mamma, fiera, con il suo bambino, ma questo tema, percorrendo diversi capitoli, ci porta a più riprese a sentire che l’arte veniva in realtà svenduta come se non avesse passato. Eppure, la sua grandezza risiede spesso nella sua storia, ed è in essa, nelle fragilità che la fanno apparire oggi ferita, restaurata, rovinata, ricostruita, che la sentiamo a misura d’uomo. Non so citare parola per parola il pensiero di Pasolini che anche Montanari ricorda, ma sostiene che il patrimonio culturale comprende anche cose piccole e umili, come la forma di una città, come una stradina di ciottoli,  e quindi, lungi dall’essere il quadro perfetto di un grande artista, rappresenta la storia di tanti uomini senza nome.

Difficile riassumere brevemente tutte queste pagine che portano al concetto di identità culturale e, persino, di nazione: «Cos’è, dunque, la nostra identità? Non c’è paesaggio, città, paese, palazzo, chiesa che non sappia raccontare una storia di apertura al mondo attraverso forme, stili, storie, iconografie, biografie, corpi: è qui che l’espressione, oggi perfino abusata, di “patrimonio dell’umanità”è letteralmente vera, da secoli e secoli. Un palinsesto. Il paradosso di questa parola, “identità”, che in Italia da secoli vuol dire “diversità» (p.72).

Molti pensieri erano già stati spiegati in altri suoi scritti  come per esempio Privati del patrimonio e Bellezza, ma ricordano anche un altro libro, Paesaggio, costituzione, cemento di Salvatore Settis, che ne ha parlato in maniera altrettanto intensa e coinvolgente.

Forse tutto questo mio parlare vi sembra complesso, o male organizzato, ma mi permetto di darne la colpa all’opera stessa: Se amore guarda è uno studio articolato e vigoroso, anche se allo stesso tempo è un saggio capace di condurci per mano in maniera amichevole fino a farci spalancare gli occhi e il cuore; può essere un’ottima lettura per chi ama l’arte nel senso più ampio di, appunto, patrimonio culturale, perché l’autore riporta così tanti esempi e così tante voci (ne ho citate alcune, ma sono molte, molte di più) che, come si usa dire, ce n’è per tutti i gusti, dall’architettura alla scultura, dalla pittura alla scelta dei materiali, e si parla di opere perse come di opere visibili quotidianamente, di opere che possiamo vedere e magari persino toccare e di opere che il tempo, l’uomo o le catastrofi hanno distrutto e che possiamo ritrovare adesso soltanto nelle vecchie descrizioni.

Forse, altro mea culpa, le frasi che ho estrapolato non riescono a riportare in pieno il senso del libro. Non perché non siano parole eloquenti, ma perché l’autore, prima di arrivare a quelle conclusioni, ne ha discusso per capitoli interi.

Per esempio, mi piacerebbe citarvi il paragrafo che conclude l’opera, ma vi ruberei il piacere di arrivarci pagina dopo pagina, allora permettetemi di concludere con una lunga citazione sull’appartenenza del patrimonio culturale a tutti gli uomini «in un darsi aperto e generoso, senza limiti di tempo o di confini: Proprio questo, e cioè il fatto che il discorso sul patrimonio sia fin dall’inizio un discorso sulla perdita, sulla distruzione, sullo smarrimento – un discorso di malinconia e, nello stesso tempo, di profondo attaccamento alla vita – , ci ha permesso di capire per tempo ciò che diventerà a tutti evidente solo con la Rivoluzione francese: il patrimonio culturale è strettamente connesso alla dimensione umana, ai diritti dell’uomo in quanto tale. Oltre le patrie, oltre il sangue. Parlare del passato, parlare col passato, non serve dunque a forzarlo nell’invenzione di una tradizione, di una nazione, di una identità. Ma, al contrario, serve a non correre quel pericolo» (p.79).

 

 

Tomaso Montanari

Se amore guarda

Un’educazione sentimentale

al patrimonio culturale

Einaudi, Torino 2023

pp.110, euro 13,00