SEI LETTORI PER JOYCE

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di Sabrina Di Monte

James Joyce
Strappare alla vita il suo segreto
Lettere ad altri scrittori

a cura di Marco Federici Solari
e di Lorenzo Flabbi
L’Orma editore, Roma 2024
pp. 128, euro 10,00

I Pacchetti di L’Orma editore sono piccoli libri tascabili con una veste tipografica originale e curata: una sovraccoperta colorata che può essere affrancata e una copertina interna che ricorda i disegni Art Nouveau in bianco e nero di Aubrey Beardsley.

I Pacchetti pubblicano lettere di grandi autori di ogni tempo: Manzoni, Woolf, Orwell, Gramsci… Fa voglia di averli tutti.

Se una volta acquistati li vorremo spedire ad un amico, avremo l’unico inconveniente di doverci recare in un ufficio postale, visto che ormai chiedere un francobollo al tabaccaio è come chiedere un etto di prosciutto in erboristeria.

Il più recente dei libri-pacchetto è di James Joyce, Strappare alla vita il suo segreto. Lettere ad altri scrittori, che contiene una selezione delle lettere che l’autore irlandese scrisse a Ibsen, Svevo, Yeats, Linati, Larbaud, Pound e Eliot. Ogni destinatario è introdotto da una bella fotografia e da cenni biografici, soprattutto in relazione a Joyce.

L’epistolario si apre con la lettera scritta a Ibsen, suo mito letterario, nel 1901 da Dublino, a soli diciannove anni, in norvegese. Nella lettera, che colpisce per la maturità della riflessione letteraria Joyce scrive: «Ho messo in luce quello che, a mio avviso, è il suo pregio più grande: la forza della sua sovrana impersonalità». E aggiunge: “Non ho rivelato […] quanto le sue battaglie mi abbiano ispirato, e non le banali battaglie materiali, ma quelle che si combattono e vincono dentro la nostra scatola cranica, quanto la sua ferma volontà di strappare alla vita il suo segreto mi abbia dato coraggio, e quanto nella sua assoluta indifferenza verso i canoni pubblici dell’arte […] lei incedesse circonfuso dalla luce del suo eroismo interiore».

James Joyce

Qui il giovane Joyce sembra parlare a se stesso, a quello che sarebbe diventato. L’eroismo di Joyce non è consistito solo nell’essersi sbarazzato delle convenzioni del romanzo vittoriano a favore di una narrazione e di un linguaggio completamente nuovi, ma anche nell’aver avuto sempre presente da dove voleva partire e dove voleva arrivare, malgrado le croniche difficoltà economiche, editoriali, di censura, di salute e familiari.

Quando Joyce incontrò Yeats a Dublino nel 1902 e lo sentì contrapporre la fantasia popolare alla sterile vita cittadina, lo rimproverò: stava dicendo delle banalità, e aggiunse: «Ti ho incontrato tardi. Ormai sei troppo vecchio»; Joyce aveva 20 anni, W.B. Yeats 37.

Eppure da tale premessa,  nacque una rispettosa amicizia. Nelle lettere che scrisse a Yeats da Trieste (Austria) nel 1912, e negli anni seguenti da Zurigo e dalla Francia, si discorre soprattutto di questioni legate alla traduzione e pubblicazione delle opere di entrambi e il tono è affettuoso e cordiale.

Anche nelle lettere a Linati, Larbaud, Pound e Eliot, Joyce parla di questioni editoriali, rivelando aneddoti e spesso sbeffeggiando la propria malaugurata sorte, come quando scrive a Yeats da Trieste nel settembre del 1912: «Immagino abbia sentito del destino del mio libro Gente di Dublino. […] il tipografo ha rifiutato di consegnarmi le 1000 copie stampate e ha addirittura distrutto i caratteri e bruciato la prima tiratura».

In un’altra lettera a Yeats nel settembre del 1916, leggiamo: «sto scrivendo un libro, Ulisse, che però vedrà la pubblicazione tra qualche anno. Spero, fino a quando non sarà finito, che il romanzo e il dramma (Exiles ndr) attireranno l’attenzione dei miei sei o sette lettori (negli ultimi sei mesi sono state vendute sette copie di Gente di Dublino)».

Le battute più divertenti e dissacranti le fa però con Svevo. Famosissima è la lettera in italiano e triestino che Joyce spedisce da Parigi nel 1921 con la quale chiede al caro signor Schmitz di fargli avere gli appunti che ha lasciato a Trieste e che gli servono per ultimare il suo «lavoro letterario Ulisse o Sua Mare Grega».

Scrivendo a T. S. Eliot a proposito dell’Ulisse, Joyce racconta i problemi editoriali legati alla censura. T. S . Eliot aveva già definito l’opera «il punto più alto della narrazione moderna».