SEPARAZIONE CONSENSUALE, MA NON TROPPO
Editoriale | Il Ponte rosso n. 128 - giugno 2026
Questo spazio dell’editoriale è l’unica pagina che Il Ponte rosso dedica al commento di quanto avviene nel mondo della politica e questa volta chi lo scrive avrebbe voluto davvero fuggire l’insidia di commentare i più recenti sviluppi della soap opera proposta a partire dai giorni scorsi da tutti gli organi di stampa, che potrebbe essere intitolata C’eravamo tanto amati, relativa allo scontro tra il Presidente degli Stati Uniti e la Presidente del Consiglio italiana. Siccome però l’argomento avrà presumibilmente una tenuta che durerà per buona parte dell’estate, come le canzoni di successo che un tempo venivano varate dal “Festivalbar” e non ci mollavano fino alle prime piogge di settembre, vediamo almeno di trarre da questa vicenda, che si è sviluppata tra l’increscioso e il ridicolo, un paio di considerazioni – anche banali – che andrebbero comunque messe in evidenza.
La rottura tra Trump e Meloni, inevitabile dopo l’esternazione cafonesca del primo, ha trovato nella reazione piccata della seconda un valido scudo nella lapidaria asserzione «io e l’Italia non imploriamo mai», che – è stato osservato – riecheggia non poco un famoso slogan pubblicitario per un dopobarba (ovviamente maschile). Il richiamo all’orgoglio nazionale (patriottico nel linguaggio della dichiarante) è servito di supporto a una piroetta nella narrazione che tende a calare un pietoso sipario su quella fino ad allora praticata, che voleva assegnare al Governo un ruolo di ponte tra le due sponde dell’Atlantico.
Al di là dell’implicita negazione della politica estera finora e da quattro anni pubblicamente esibita, la nuova narrazione è nei fatti una dichiarazione di fallimento della politica estera perseguita fino al giorno prima. L’inversione a U si sta attuando negando la reazione conciliante all’imposizione dei dazi, dimenticando il giudizio assolutorio sull’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, cancellando la dichiarazione di neutralità riguardo all’aggressione di Israele e USA contro l’Iran. E come non avvenute le dichiarazioni pubbliche del doveroso ringraziamento a Trump che, come altri presidenti repubblicani, «la pace la portano e la guerra non la creano», oppure per cancellare la speranza di insignire del Nobel per la pace l’attuale Presidente degli Stati Uniti.
La giravolta spegne ogni velleità di conquistare e consolidare un ruolo di livello internazionale alla nostra politica estera, relegando una volta di più il nostro Paese in un recinto di irrilevanza, con qualche venatura di ridicolo.
Tenere accesi i riflettori dell’opinione pubblica su questa baruffa dai contenuti asperrimi, ma serviti in un contesto francamente puerile, è altresì funzionale a tenerli spenti sugli altri fallimenti in materia di gestione dei flussi migratori, di costo della vita, di pressione fiscale, di condizioni della sanità e della scuola pubblica. E poi per tacere sulla inesistente realizzazione delle riforme annunciate e non portate a compimento: né quella sull’autonomia regionale, né quella sul cosiddetto “premierato”. Della riforma della Giustizia lasciamo stare: il giudizio lo hanno dato direttamente gli elettori al referendum.
Con questo bilancio Governo e maggioranza si apprestano ad affrontare le fasi finali di una campagna elettorale che per loro è iniziata dall’atto dell’insediamento a Palazzo Chigi, ma che ora rischia davvero di chiamare entrambi a una resa dei conti davanti al corpo elettorale, per di più con la spina nel fianco di una nuova formazione di estrema destra che ancora non si sa come gestire.
Per questo stanno cambiando, in articulo mortis di questa legislatura, la legge elettorale con un’altra in odore di incostituzionalità, ma sappiamo che alla Costituzione sono assai meno affezionati degli Italiani.
Cosa di meglio della cortina fumogena della poco edificante soap opera messa in scena in questi giorni, che ha anche il supplementare vantaggio di blandire il vittimismo ricorrente nella propaganda di chi ci governa?
