SMART WORKING: L’ITALIA CHE NON SI FA INCANTARE

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di Michele Ramunno

Locandina del film

Chi conosce Svevo Moltrasio dai tempi di Ritals, la serie web che ritraeva senza filtri gli italiani all’estero, sa bene che dietro la maschera del “tontolone romanaccio” si nasconde uno degli sguardi più lucidi e graffianti sul nostro Paese. Con Smart Working, uscito nelle sale il 4 giugno, Moltrasio fa il salto al cinema dimostrando una poliedricità rara: è attore, regista, sceneggiatore e montatore. E si sente: ogni inquadratura, ogni stacco, ogni battuta porta la sua firma.

Maccio Capatonda interpreta Giuliano, responsabile di un gruppo in smart working e unico vero sostenitore di questa modalità lavorativa. Ai suoi occhi, il lavoro da remoto coincide con una vita quasi ideale: una moglie premurosa, un figlio educato e silenzioso e una casa bella e accogliente. I suoi colleghi, però, non condividono gli stessi privilegi. Tra loro spicca Stefano, interpretato da Moltrasio stesso: scapolo e ancora in casa con i genitori, incarna un certo tipo italiano: rozzo, ignorante quanto basta, ma tutt’altro che stupido. Sa riconoscere la bellezza quando la incontra, ma soprattutto fiuta le fregature, specie quando si presentano sotto le vesti seducenti dell’innovazione. Quando l’azienda minaccia di abolire il lavoro da remoto, Giuliano decide di ospitare in casa i colleghi più indisciplinati nel tentativo di rimetterli in carreggiata. L’esperimento degenera presto in un ufficio infernale che travolge ogni equilibrio domestico.

Una delle chiavi di lettura del film rimanda a Speak No Evil di Christian Tafdrup. Come il protagonista dell’originale nordico, anche Giuliano è un uomo incapace di opporre resistenza: cortese, accomodante, sempre pronto a cedere terreno. La sua passività però non nasce soltanto da un tratto caratteriale: ama sinceramente il lavoro da remoto e vede nella sua difesa una battaglia personale. Per questo tollera l’intollerabile. Nel tentativo di salvare il lavoro da remoto, finisce per fare il bene di tutti (colleghi, azienda, amicizie) ma a prezzo della propria serenità. È una forma di sacrificio paradossale, quasi inconsapevole, che trasforma la sua ostinazione in una lenta autodistruzione.

Moltrasio, nelle vesti di Stefano, non perde l’occasione di prendere di mira l’esterofilia italiana. In una delle scene più riuscite, un collega parla al telefono in francese e Federico ne celebra immediatamente la presunta poeticità, salvo scoprire che l’argomento era tutt’altro che elevato.

È la critica a un atteggiamento diffuso: la tendenza di certi italiani a svalutare ciò che hanno sotto gli occhi per attribuire automaticamente maggiore fascino a tutto ciò che proviene da Parigi o Londra.

Da regista e montatore, Moltrasio sceglie una macchina da presa nervosa, spesso a mano, che restituisce il senso di soffocamento della progressiva trasformazione dello spazio domestico in uno spazio collettivo. Il montaggio, asciutto e preciso, impedisce però al caos di diventare rumore, con una naturalezza che richiama a tratti il linguaggio del documentario.

Il film si presta a due letture complementari. La prima riguarda il rischio dell’accomodamento permanente: accogliere tutto e tutti senza saper tracciare un confine può trasformarsi in autodissoluzione. La seconda è quasi speculare: nessuna efficienza individuale può sostituire il bisogno di comunità. Meglio il caos della convivenza che la perfezione solitaria. Tra queste polarità, Moltrasio inserisce una riflessione sulla borghesia contemporanea, spesso incline ad accettare qualsiasi trasformazione purché venga presentata come progresso.

Smart Working funziona perché non si limita a fotografare un fenomeno di costume, ma lo trasforma in un racconto universale sul bisogno di appartenenza e sulle contraddizioni della vita contemporanea. Si ride molto, ma sotto la comicità affiora una riflessione sincera. In un panorama spesso diviso tra commedie stereotipate e produzioni che sembrano parlare più ai festival che al pubblico, Moltrasio dimostra che esiste una terza strada: un cinema capace di dialogare con gli spettatori senza rinunciare a una visione autoriale riconoscibile.