SSSHHH, È ARTE DEL SILENZIO
il Ponte rosso n. 111 - gennaio 2025 | Roberto Curci
Da fine febbraio in mostra a Rovigo il microcosmo del danese Hammershoi
Un pittore quasi sconosciuto in Italia con i suoi interni spogli e inquietanti
di Roberto Curci
Finalmente! Eravamo sazi e satolli degli Impressionisti, di Van Gogh, di Escher, Warhol e Ligabue, di Picasso, Matisse e Mirò, insomma di tutti quegli artisti immessi in questi ultimi anni nel circuito delle mostre-fotocopia e mandati in pellegrinaggio di città in città per suscitare sempre più flebili “oh!” di ammirazione e meraviglia. Artisti, insomma, di ineccepibile lignaggio, ma ormai noti e arcinoti, visti e rivisti, pressoché consumati dall’uso.
Ce ne saranno pure degli altri da far vedere – veniva da dire –, moltissimi altri, assolutamente degni di ogni attenzione eppure poco conosciuti, se non agli addetti ai lavori. E, se qualcuno ce lo avesse chiesto, avremmo potuto suggerire una certa quantità di nomi. Ma se, ad esempio, avessimo pronunciato il nome di Vilhelm Hammershoi, scommettiamo che l’assessore di turno avrebbe risposto: «E chi è?», per eventualmente aggiungere, dopo le dovute spiegazioni: «No, no, cose di nicchia, per pochi intimi. Mostre che non si ripagano…».
E invece. Qualcuno finalmente osa: il 21 febbraio a Rovigo, in Palazzo Roverella, si inaugura la mostra “Hammershoi e i pittori del silenzio” (fino al 29 giugno, catalogo Dario Cimorelli Editore), incentrata sulla figura defilata e sull’arte ombrosa del più insigne pittore danese, appunto Vilhelm Hammershoi (1864-1916), già “scoperto” negli ultimi anni dalle maggiori gallerie internazionali: a Londra, Parigi, Tokyo, New York, Toronto, Barcellona, Cracovia, Monaco di Baviera.
L’Italia arriva buona ultima, ma consente ugualmente di dire: era ora. Vissuto sempre a Copenaghen, in due case della stessa strada (Strandgade 30 e poi 25), Hammershoi è definito “pittore del silenzio” o “della solitudine”, e non a caso, essendo la sua opera – emozionante nella sua intima e pauperistica dimensione – prevalentemente dedicata agli spogli interni domestici delle sue abitazioni e giocata su tonalità cromatiche mai vivaci: grigi, gialli e verdi esangui soprattutto.
Porte chiuse o dischiuse, finestre che affacciano su nudi cortili o su un indefinito “fuori”, un tavolo, un divano, una seggiola: e, in questi ambienti a dir poco francescani, la presenza di una donna, la moglie Ida Ilsted, ma ritratta quasi sempre di spalle o, tutt’al più, di profilo mentre suona il piano o legge una lettera (inevitabile il paragone con le figure e gli interni del mondo, altrettanto silenzioso, di Vermeer). Talora (raramente) è Vilhelm stesso che si ritrae mentre a sua volta legge o suona il violoncello.
Un microcosmo, dunque, che è lecito ritenere banale, della banalità della vita di ogni giorno, e che risulta indubbiamente venato di sottile malinconia, ma che sottende altresì segrete inquietudini, presagi di attesa e di mistero, come se – in quei sospesi silenzi, in quegli spazi vuoti – qualcosa di inatteso, di imprevedibile potesse o dovesse succedere. Che cosa ci sarà dietro quelle porte, dietro quelle finestre? Probabilmente nulla, se non altre stanze vuote o altri cortili, ma chissà: la tensione, il sospetto rimangono.
è evidente che, come sempre accade, la rarefatta pittura di Hammershoi è lo specchio dell’Io dell’artista: schivo, timido, umbratile, di poche parole. Della sua introversione sono del resto testimoni anche certe vedute architettoniche e certi paesaggi (colline, boschi, fattorie), quasi sempre privi di presenze umane. Eppure l’artista non fu sempre confinato nella sua privatissima dimensione: viaggiò e guardò, fu apprezzato, amò l’Italia, Roma e i pittori primitivi, da Giotto al Beato Angelico, da Luca Signorelli a Masaccio, e fu presente in alcune mostre, tra cui la Quadriennale romana del 1911.
Anche a queste uscite dalla dimensione minimale delle stanze silenti la mostra di Rovigo intende prestare attenzione, con sezioni dedicate appunto alle vedute di grandi edifici delle capitali visitate (il British Museum, certe basiliche romane), nonché a quelli che il curatore, Paolo Bolpagni, ha definito “Le città morte” e “I paesaggi dell’anima”. Ma uguale attenzione, con risultati decisamente singolari, è prestata ai confronti con altri artisti europei, soprattutto coevi, che «con sfumature diverse praticarono anch’essi una poetica basata sui temi del silenzio e della solitudine».
Sono francesi, belgi, olandesi, svedesi e danesi i pittori chiamati a raccolta nella mostra rodigina per una qualche affinità con l’arte di Hammershoi: una lunga lista di artisti largamente ignoti in Italia, come del resto pressoché ignoto è Hammershoi stesso. Spiccano, fra tanti, i nomi del belga Fernand Khnopff, della svedese Tyra Kleen (singolarissima, degna di una mostra tutta per lei) e del danese Peter Vilhelm Ilsted, fratello di quell’Ida consorte e modella di Hammershoi.
Ma ancora più intrigante è la pattuglia di artisti italiani che Bolpagni ha accorpato nel segno pur sempre del “silenzio”. Ve ne sono di piuttosto noti (Mario de Maria, Giulio Aristide Sartorio, Oscar Ghiglia, per dire, anche se talora è piuttosto un certo “realismo magico” a prevalere), ma almeno due risultano sorprendenti “gemelli” mediterranei del sommesso pittore nordico: il napoletano Umberto Prencipe (1879-1962) e il pugliese (di Lucera) Giuseppe Ar (1898-1956), intimista e crepuscolare negli umili interni delle sue tele.
Artisti quasi inesplorati, artisti dunque da scoprire o riscoprire. Artisti che agli assessori ben poco o nulla possono dire.
