STORIA DI IVAN ADOTTATO DAI CANI
Il Ponte rosso n. 125 - aprile 2026 | Luigi Cataldi | teatro
Da una storia vera lo spettacolo condotto da Federica Rossellini al Teatro dei Fabbri
di Luigi Cataldi

Al Teatro dei Fabbri della Contrada, per la “Quinta Rassegna Teatro Contemporaneo”, il 10 e l’11 aprile scorsi (la recensione si riferisce a quest’ultima data) è andato in scena Ivan e i cani di cui Federica Rosellini è interprete, regista, compositrice ed esecutrice (in buona parte dal vivo) della musica. Lo spettacolo (prodotto da Cardellino Srl, con le luci di Simona Gallo e l’assistenza alla regia di Elvira Berarducci) è ricavato da un pluripremiato dramma radiofonico di Hattie Naylor del 2009 (traduzione italiana di Monica Capuani, ed. Primavera 2023), che ripercorre la storia, realmente accaduta, di Ivan Mishukov, bambino di quattro anni fuggito di casa e vissuto per due anni randagio, per strada, insieme a un branco di cani nella violenta e degradata Mosca di Eltsin.
Federica Rosellini (trevigiana, classe 1989) si è formata con Luca Ronconi al Piccolo di Milano e vanta esperienze artistiche di rilievo, inizialmente come musicista (violinista nell’orchestra “Rejussance” di Castelfranco Veneto), poi come attrice teatrale (Premio Ubu 2021 come migliore attrice under 35 per Hamlet di Hambroise Thomas per la regia di Antonio Latella, con il quale ha spesso collaborato) e cinematografica (per esempio è protagonista di Campo di battaglia di Gianni Amelio del 2024).
Quando si entra in sala si ascolta il vezzeggiativo Ivanuška in una frase in russo recitata da Laura Pasut, madre dell’attrice, ripetuta come una nenia, alla quale ora si alterna, ora si accompagna una melodia cantata senza parole. Lei è già seduta nella penombra, dietro agli strumenti elettronici: una batteria, una tastiera, un computer, una pedaliera, un microfono, un kazoo. La musica viene eseguita e in buona parte creata dal vivo, o con gli strumenti, o mandando in “loop” (cioè ripetendo ciclicamente un campione audio registrato) un suono, un rumore o una melodia. In questo modo, dalla musica, concreta (perché fatta di suoni campionati del mondo reale), o elettronica (in quanto generata dagli strumenti), letteralmente nasce la storia, messa in scena al presente con la voce dell’attrice e con la musica da lei creata. La si potrebbe considerare una sorta di cantata-melologo per la sua dimensione quasi esclusivamente sonora. Ma sebbene la componente visiva sia ridotta all’osso (una striscia di luce al neon sul fondo che varia di intensità e tenui chiarori che evocano le oscurità delle notti moscovite), Ivan e i cani è una sorta di “opera d’arte totale”, in cui voce e musica creano una dimensione spaziale e sonora avvolgente e totalizzante.

È dal degrado, derivante dalla completa disgregazione della società all’epoca di Eltsin che il piccolo Ivan fugge. La miseria peggiora i già miserabili esseri umani. Il patrigno pesta a sangue la madre fino a ucciderla (Ivan apprenderà la notizia della sua morte dopo la fuga). Vuole che lei si sbarazzi del piccolo, che è solo una bocca da sfamare. La picchia da ubriaco; è da lei perdonato quando torna in sé. Ogni giorno. Meglio di sua madre Ivan sa che le cose non cambieranno mai. Prende qualcosa da mangiare, la foto di Svetlana, una modella bellissima e famosa che vorrebbe fosse sua madre, e fugge in una notte piovosa e fredda. Incontra uomini che lo scacciano, bande di ragazzini con gli occhi vuoti drogati coi vapori della colla, che lo picchiano, «bombzi» (barboni ubriachi), a loro volta malmenati dai ragazzini o uccisi dal freddo, che però sono gli unici a regalargli delle patate abbrustolite sul fuoco. Lui le divide con un grosso cane randagio bianco femmina: è il primo punto di contatto col branco, da cui sarà accettato, con cui condividerà la vita randagia e presso cui troverà protezione. Lui stesso darà a ciascuno di loro un nome: Belka (la capobranco, la prima con la quale ha familiarizzato), Vano, Strelka, Ruslan e Kugya. Vivono di ciò che trovano: avanzi di cibo gettati nei bidoni di una fabbrica dagli operai o da ciò che offre loro il cameriere di un ristorante, frequentato da ricchi e grassi gangster. È lì che Ivan, tradito dal cameriere, viene catturato e i suoi cani uccisi dalla milizia, dopo che l’inverno, più rigido del solito, e la povertà, più nera del consueto che non permette più sprechi di cibo, spingono il branco ad avvicinarsi troppo. Segue l’orfanotrofio, di cui Ivan non parla, e come un lieto fine, l’adozione da parte di una donna che comprende i suoi patimenti.

Ivan è un ragazzo selvaggio che guarda un mondo spietato da un punto di vista non umano: abbaia e ulula come un cane, è parte del branco, che ama e al cui capo ubbidisce. Belka dopo molto tempo lo ammette nella loro tana, quando il freddo mortale attanaglia la città: solo a quel punto Ivan è in tutto e per tutto uno di loro. Ma, oltre ai cani, Ivan conosce gli uomini: sono violenti e crudeli, lo hanno brutalizzato, «sono una grande menzogna». I cani invece lo hanno protetto, «sono semplicemente così e non mentono mai», sono «un piccolo frammento di Dio». Con loro ha sviluppato il senso morale che gli uomini, con il degrado della società, hanno smarrito. Un completo rovesciamento di prospettiva per cui Ivan trova l’umanità (se si può dir così) tra i cani e la ferocia tra gli uomini.
Federica Rosellini, come in un concerto, non si muove dalla sua postazione, ma la sua voce mima ogni voce, umana e canina. Ulula, abbaia, urla, piange, si dispera e si consola, mentre i suoni da lei creati evocano quelli della Mosca notturna che fa da sfondo alla storia, in modo così toccante, che, alla fine dello spettacolo, chiuso il computer e spente le luci, si fatica a tornare alla realtà. Il pubblico (che non riempiva interamente il teatrino del Fabbri) vi ha fatto ritorno con un lungo e intenso applauso finale.
