SU TRE TUOI LIBRI
Anna Modena | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | Lettera
Una lettera a Claudio Grisancich
di Anna Modena
Caro Claudio,
i due libri di poesie che mi hai mandato segnano l’intero l’arco dei tuoi settant’anni di lavoro: tanti ne passano tra le prime di Noi vegnaremo, ora Nous viendrons nell’elegante collana Triestiana e la geografia sentimentale di Quaderno blu.
Ora, per il primo, un classico della poesia in dialetto, al quale la versione francese mantiene le mille sfumature di un’anima ingorda di futuro, non si può che confermare il commento di Stuparich alla prima lettura nel salotto di Via Cassa di Risparmio: quel “bravo”, secco e deciso, che vale una laurea.
Mi è piaciuto in questi giorni farmi trasportare nei percorsi triestini del quaderno blu, dove i protagonisti di quei martedì emergono nelle loro fragilità: il vecchio Rovan che aspetta il tè coi biscotti, ormai tutta la sua cena; Stuparich che lascia cadere il tovagliolo con le mani tremanti: «robe che capita» dice Anita a Stuparich, mentre lo raccoglie, all’Antica Mormorazione, la trattoria abituale «in cavana drio el vescovado» già immortale in per ‘n’oradela nella raccolta Gente mia; là, nelle voci dei camerieri un riconoscimento decisivo: «xe stuparich el professor / in sala e l’anita pitoni». Qui la Pittoni accompagna il vecchio scrittore nella sua casa di ragazzo, piena di storia dove «’desso solo el sta superstite tra / robe che fa polvere». Anche per il giovane poeta scortarli è aderire a un rito, sentirsi parte di un mondo già mitico, il saluto quasi una frattura: «Lori dentro e lu’ / indrio tornar a casa in via / fornace sora piazza vico», e un percorso verso una città altra.

Venendo a Il fiore nel bicchiere: sì, ci voleva un poeta, per ripercorre, en artiste, la biografia di Virgilio Giotti partendo da un altrove lontano: è il cuore del Vermont, dove un Manlio Cancogni, professore di un corso su Manzoni, alla richiesta, salottiera, di un po’ di poesia del novecento, replica citando i versi, perfetti di Interno, avendo bene in mente le parole, quasi gridate, di Alfonso Gatto, nel 1940: «Sia ben chiaro che il poeta più grande di noi tutti è Virgilio Giotti». E quella poesia gli ricompare nel cuore, dopo ‘la discesa agli inferi della guerra’, con la copia dell’edizione Parenti di Colori, prestata da un amico triestino: ne avverte tutta la forza di un classico, che non si abbandona.
Caro Claudio, sai ritrarre due ragazzi cerimoniosi, senza aver mai vista una loro foto insieme (la prima che mi viene in mente è quella di Giotti tra Saba, in bombetta, e la Lina con grande cappello, in viaggio di nozze a Firenze nel 1910); si danno del lei al bagno Amadi, e sono meno scanzonati dei futuri Ario e Eneo; il tuo Virgilio recupera, nell’odore dell’acqua, e nelle sue sfumature, il porto dell’infanzia, con le grandi navi e i traffici. Una passione, quella per il mare, che lo accompagna tutta la vita, fino ai bagni in una spiaggetta solitaria di Torcello, nell’annuale viaggio a Venezia con la nipote Rina.
Molto riuscita la struttura del libro, dove sai creare una catena di momenti decisivi innescandoli gli uni negli altri: Parigi e il lungo Senna lo riportano a Firenze e all’Arno, con la decisione di stampare, senza sapere come, Il piccolo canzoniere in dialetto triestino. Anche l’incontro con Nina, in casa dell’amica Lisa Markovic, ha il sapore di una conoscenza antica per entrambi (forse era l’uomo che l’aveva seguita con discrezione a Parigi mentre ballava in strada).
E, giustissimo, dare spazio alle ultime voci degli amici: Giorgio Voghera ricorda l’umanità semplice del poeta povero, che sapeva donare un libro a ragazzi ancora più poveri, e Biagio Marin rivive la comune, incolmabile perdita, dei figli in guerra, in Slovenia per il suo Falco, in Russia per Paolo e Franco, in quella patria materna in cui credevano, fino a sperare altre possibilità di vita.
Geniale la chiusa, nella figura del vigile che, indifferente alla grandezza di Virgilio Giotti, di fronte ai due osservatori della casa alta di via La Marmora, con la macchina in seconda fila, taglia corto, salutando: «Prima la spostate e meglio è». La poesia ha un destino talvolta difficile.
Grazie di tutto caro Claudio
un abbraccio affettuoso da Anna
