SULLE TRACCE DI UN MAESTRO

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Uno sforzo di ritrovare, anche nel mondo separato delle aule universitarie, gli interessi, le passioni, la carne e il sangue di chi nella pagina letteraria ha iscritto il lievito vivo della Storia

di Fulvio Senardi

Alfredo Luzi Il tempo della scrittura
Saggi e interventi critici (1990-2025)

a cura di Carla Carotenuto
e Michela Meschini
Edizioni Metauro, Pesaro 2025
due tomi, pp. 632 + 712
euro 85,00

In una di quelle chiacchierate che Giuseppe Petronio amava intessere con amici, colleghi e discepoli quando Trieste era ancora, per le humanitates, un polo accademico di un certo rilievo, il piccolo grande uomo, nel silenzio rispettoso e intimidito del cenacolo che lo attorniava, propose, con fare tra il garbato e l’ironico, una freddura che parve a chi lo ascoltava insieme ovvia ed enigmatica. Per diventare un Maestro, spiegò, bisogna vivere a lungo. Non aggiunse altro ma la frase, nella sua stringatezza un po’ beffarda, evocò ai nostri occhi orizzonti ben più ampi. Quelli di una cultura pressoché enciclopedica, di doti di penetrazione e di sintesi agili e acuminate, della capacità di veicolare contenuti difficili con la chiarezza di una maieutica felice e sperimentata, dell’attitudine ad assumere, per dote naturale, un ruolo di guida come formatore e animatore, guadagnando la stima dei collaboratori. Lui insomma. Non si trattava, in altre parole, di lanciare semplicemente un guanto di sfida a Matusalemme per raggiungere l’ambito podio magistrale (un’impresa riuscita, del resto, anche sul solo piano anagrafico al novantenne che teneva concione), ma di mettere in opera ben altre qualità di intelligenza e di cuore.

Questo ricordo di un’epoca verde e ricca di promesse è riemerso in me sfogliando i due volumi del Tempo della scrittura. Saggi e interventi critici (1990-2025), l’opera curata da Carla Carotenuto e da Michela Meschini (dell’Università di Macerata) che raccoglie i contributi dispersi ed estravaganti di Alfredo Luzi, per molti anni docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Macerata. Grossomodo 1390 pagine, che vanno ad aggiungersi alle numerose monografie del docente marchigiano, più facilmente reperibili in Istituti universitari e biblioteche. «Prezioso strumento», chiosano le curatrici, «per proseguire il dialogo che Alfredo Luzi ha instaurato con generazioni di allievi, alimentando con vigore e passione la conoscenza della letteratura italiana del nostro tempo e promuovendo la fiducia nel sapere letterario come risorsa indispensabile nella ricerca di verità e di senso». Dove non si tratta soltanto di “critica letteraria” ma di “visione”, non solo di “cultura” ma, nel senso più pieno e socialmente orientato, di “moralità”.

Alfredo Luzi

Per rendere agevole la consultazione e facilitare qualche pescaggio mirato, l’opera è suddivisa in varie sezioni tematiche (Letteratura italiana: narrativa, poesia, storiografia, teatro. Scrittori nelle Marche: narrativa, poesia. Letterature comparate. Letteratura della migrazione. Metodologia critica. Sociolinguistica) ed è completata da un indice dei nomi. Nel complesso dunque, oltre che una testimonianza importante sul piano culturale, un omaggio, appunto, ad un Maestro, sicuramente motivato, da parte delle curatrici, da un debito d’affetto che riscalda e arricchisce la più che evidente stima intellettuale.

Potrebbe suscitare qualche curiosità nel lettore poco avvertito quel termine cronologico, il 1990, da cui parte il florilegio dei due tomi monumentali. Luzi, a quella altezza, ha già 48 anni ma è fin da allora un nome affermato nell’universo della critica letteraria. Attivo nell’Accademia come militante dei valori umanistici in servizio effettivo permanente, mentre intanto la società italiana viene condotta dal Gatto e dalla Volpe del crepuscolo del ‘900, Craxi e Berlusconi, a rimangiarsi tutte le promesse di progresso civile, sociale e culturale, sacrificandone il futuro del Paese sull’altare del neo-liberismo (con un di più di malaffare, nel caso dei due soggetti citati), veleno così potente da inquinare perfino il partito degli eredi di Togliatti. Luzi, in quel torno d’anni, rema controcorrente: se la critica inizia a fare lo struzzo e, sposando lo spirito del tempo, caccia la testa in un impervio tecnicismo (o peggio, copia i comunicati stampa degli editori), egli, in due volumi del 1980 e del 1984, sonda invece le ragioni della critica sociologica, individuando in essa un salutare correttivo all’isolazionismo corporativo di una sapienza letteraria sempre più chiusa nel suo bozzolo specialistico (dove si scorgono in controluce gli ultimi polloni di una post-crociana “critica estetica”) e spesso incapace di esercitare un ruolo di guida culturale e di mediazione tra il mondo della scrittura e i lettori; dando così sostanza allo sforzo di ritrovare, anche nella realtà separata delle aule universitarie, a tu per tu con testi sovente ammantati di “sacralità”, gli interessi, le passioni, la carne e il sangue di chi nella pagina ha iscritto, consapevole o no, il lievito vivo della Storia.

Ma prima ancora, nel 1972, c’era stato l’importante volume sul Mio carso di Slataper che innova, da un lato, la critica slataperiana, mentre instituisce, dall’altro, quel nesso con la letteratura giuliana che sarà uno dei percorsi praticati con più felice estro interpretativo dallo studioso marchigiano (e da qui i saggi su Tomizza, Saba, ecc.) E ancora, per restare ai corposi antefatti al 1990 scelto dalle curatrici come terminus a quo (e di cui cominciamo a capire la logica), era apparso il volume sugli scrittori di casa propria (Scrittori marchigiani contemporanei, 1984) e l’Introduzione a Sereni del 1990, pubblicato presso Laterza, in una collana alla quale lo aveva chiamato Giuseppe Petronio, sua mente direttiva (ecco che il mio rimando iniziale al grande archimandrita dell’Italianistica triestina risulta meno peregrino di quanto parrebbe).

Molto altro potremmo ancora aggiungere, ma l’impressione che si ricava è che, dopo un ventennio di impegno concentrato in una serie di importanti monografie, proprio a partire dalla fine di secolo, ormai padrone di un metodo critico la cui pietra angolare è stata, come si è detto, quella del rapporto cultura-società (spunto d’avvio di un’ermeneutica mai auto-referenziale, mai catafratta e impermeabile, ma aperta, sia pure con juicio, a ogni nuovo possibile apporto), Luzi si lasci tentare da un’attività saggistica aperta a ventaglio, di maggior latitudine e dispersione, di più scapricciata versatilità. Non rinunciando, per questo, a scavi focalizzati e di profondità (La siepe e il viaggio, i suoi studi sulla poesia italiana contemporanea risale al 2011), e tanto ardito da spingersi, a volte, ben oltre il mare nostrum, per sondare mondi distanti e in apparenza marginali alle competenze dell’italianista di stretta osservanza (per esempio – e citerò quest’ unico caso tratto da uno degli ultimi contributi saggistici, in ordine temporale, fra quelli raccolti da Carotenuto e Meschini – le possibili assonanze tra Borges e l’ermetismo italiano). Una sorta di fruttuoso “piacere dell’interpretare”, in fondo analogo al gusto di vagabondare per le Università del mondo come visiting professor, con animo di missionario piuttosto che di zingaro, per portarvi il lievito intellettuale del suo metodo e delle sue curiosità.

Le “faville del maglio”, potremmo dire, di chi, con una fitta serie di monografie, si era ormai scavato un alveo riconoscibile e prestigioso nel settore di studi di sua competenza. E da qui, per ritornare al punto di partenza, l’utilità di un’opera come questa di cui scriviamo, che compone con le infinite tessere di un impegno costante e impavido sulla letteratura un mosaico dal disegno coerente, assolutamente unico e inconfondibile. È il percorso di uno studioso che, come in pochi altri casi (conosco fin troppi intellettuali che, giubilati dall’Accademia, appesa la penna al chiodo e gettati i fogli alle ortiche ciondolano per i caffè con il loro cagnolino al guinzaglio), ha coinciso, assiduamente e generosamente, con la sua vita di uomo.