SVEVO MA ANCHE ITALO

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Il volume di Francesca Riva indaga sull’interesse di Svevo per la tradizione letteraria italiana

di Cristina Benussi

Francesca Riva
Svevo ma anche Italo
Fonti italiane in Svevo e altri saggi

Costruito su quattro snodi tematici, il bel libro di Francesca Riva Svevo ma anche Italo. Fonti italiane in Svevo e altri saggi (interlinea, 2024) affronta la lettura dell’opera sveviana da un particolare punto divista: pur non negando in alcun modo la componente tedesca, ne sottolinea quella italiana, le cui tracce affiorano copiose nell’intero corpus narrativo e saggistico dello scrittore triestino. Che apparentemente aveva coltivato piuttosto interessi tecnici, commerciali, bancari, industriali, seppur praticava da autodidatta vari altri campi, scientifici, teatrali e ovviamente letterari. Aperto ai più diversi contenuti culturali, quand’anche in contrasto tra loro, Italo Svevo è in questo senso scrittore eclettico, decisamente mitteleuropeo. La studiosa sottolinea che proprio in quanto privo di una preparazione specifica, per la letteratura italiana aveva cercato di orientarsi impugnando come guida sicura un testo di ermeneutica: la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, il primo ad avere tracciato il canone delle patrie lettere. Ma che poi aveva intrecciato i fili dei racconti ricavati da quella lettura in maniera del tutto nuova rispetto all’archetipo: ad esempio, con una sorprendente audacia narrativa, ha costruito la personalità dell’inetto, tratto tipico di uno dei suoi personaggi, partendo da un saggio desanctisiano su Petrarca, di cui il critico riconosceva la grandezza soprattutto «là dove si sentiva malato», cioè in difficoltà nel trovare una sintesi tra una volontà sublime e la reale condotta di vita. Svevo avrebbe dunque adattato l’animo sospeso del padre dell’umanesimo a un protagonista piccolo-borghese, desublimandolo nel mediocre scrittore Emilio Brentani, l’inetto protagonista di Senilità; a Petrarca si devono anche i colori della bionda Angiolina, simili a quelli di Laura dai «capei d’oro a l’aura sparsi», la donna del Canzoniere tanto amata quanto sfuggente. L’inafferrabile Angiolina-Giolona, idealizzata da Brentani, ne sarebbe la filiazione popolare, forgiata anche attraverso la ripresa ironica del modello della donna-angelo stilnovistica, la dantesca Beatrice della Vita Nova, che «tanto gentile e tanto onesta pare». Non a caso il geloso Emilio cerca di educare la sua volubile amante all’idea che «bisogna essere onesta o almeno parere». Dante, anche in questo caso trasposto in un contesto socialmente e culturalmente degradato, è presente fin dal primo romanzo, Una vita, allorché Svevo riprende motivi della prima cantica della Commedia, la preferita dalla sua “guida”, per descrivere i personaggi più vari di quell’Inferno terreno che era la Banca dove lavorava il protagonista, Alfonso Nitti. Il “padrone” Maller infatti dispensa lodi, remunerazioni o rimbrotti, oltre a convocare ad uno ad uno i suoi impiegati che ricompensa a seconda del merito, come faceva all’ingresso del secondo cerchio dei dannati il “giudice” Minosse, che «essamina le colpe ne l’intrata;/giudica e manda secondo ch’avvinghia». Alfonso viene dunque trasferito dalla “corrispondenza” alla “contabilità”, girone che i colleghi chiamavano “la Siberia”, perché là si era mandati per punizione: era stato il romanzo «galeotto» ad aver facilitato l’intimità tra Annetta, la figlia di Maller, e l’umile impiegato Alfonso. Il percorso che aveva portato i due a consumare l’atto d’amore su una poco poetica ottomana, segue in buona misura il percorso dantesco dell’innamoramento di Paolo e Francesca. Ma la passione dei protagonisti borghesi si spegne subito, all’opposto di quella sublime «ch’a nullo amato amar perdona», come sanno i due amanti antichi, trascinati per l’eternità nella bufera infernale.

Anche Manzoni è serbatoio inesauribile per ritratti, gesti proverbiali, descrizioni di luoghi, naturalmente adattati ad un contesto contemporaneo: basti ricordare che l’edizione Rechiedei delle sue Opere varie, pubblicate a Milano nel 1881, era stata donata da Svevo alla “sana” fidanzata Livia Veneziani. Solo qualche esempio: in Una vita il paesaggio percorso da Alfonso mentre si reca al capezzale della madre malata è calcato su quello di Pescarenico dei Promessi Sposi; in Senilità l’agonia della sorella Amalia, che sognava le impossibili nozze con lo scultore Balli, ha come riferimento letterario la scena prima e il coro dell’Adelchi, ossia il delirio di Ermengarda, la sposa ripudiata da Carlo Magno. Nella Coscienza di Zeno, il ritratto dell’amante del protagonista, Carla, per alcuni tratti ricorda la descrizione manzoniana della monaca di Monza: un ovale purissimo, le gote pallide, le linee dolci che domandavano affetto e protezione. Non mancano, sparsi, riferimenti o citazioni da Stecchetti, Leopardi, Foscolo, ma in quest’ultimo romanzo, dove ironia e autoironia connotano una visione del mondo che non nasconde il pessimismo sui destini dell’umanità, esplicitamente, e paradossalmente, viene ripreso Boccaccio, con il suo gusto per la burla. E soprattutto un altro “classico”, Niccolò Machiavelli, su cui Svevo si era a lungo soffermato nelle ore passate in biblioteca, come racconta nel Profilo autobiografico. Certo, il segretario della repubblica fiorentina insegnava al Principe come amministrare il suo potere, mentre qui era Giovanni Malfenti, il suocero di Zeno, a intrattenerlo sulle leggi del commercio, seduto a un tavolo del Tergesteo, allora centro pulsante dell’attività finanziaria triestina. Ovviamente Zeno non assomiglia per nulla all’homo faber rinascimentale, ma possiede quella che per Machiavelli era la virtù somma, ossia la duttilità. L’inetto sveviano, come «uomo abbozzo» che può ancora evolversi, è senz’altro disposto al cambiamento, tanto da esercitare il suo contropotere proprio a partire dalla sua caratteristica precipua, l’essere un po’ “strambo”. Può così adattarsi alle contingenze della vita e cogliere l’incongruenza di alcune istituzioni proprie della società in cui si trova a vivere.

Sui modi in cui lo fa Francesca Riva apre alcune interessanti prospettive negli altri tre saggi raccolti in questo volume: Svevo e l’aldilà, in cui analizza i modi in cui lo scrittore si accosta alla Bibbia, le notazioni sul tempo che accompagnano la morte di alcuni personaggi e le considerazioni sugli astri, spie di una ricerca d’assoluto che, seppur percepito, non ha connotazioni religiose. Con Questioni di famiglia entra nel complesso mondo delle relazioni famigliari messe in scena da Svevo, in particolare sulla “sorellanza” e sul rapporto tra padre e figli, tralasciando quello di ascendenza, già diffusamente indagato dalla critica, bensì affrontando il tipo di legame di Zeno con i suoi discendenti, figli e nipoti, Antonia, Alfio, Umbertino. L’ultima sezione La malattia di Zeno prende in esame, tra l’altro, le modalità dell’attività “visiva” del narratore, che nella parte finale del romanzo descrive due luoghi bellici, l’Isonzo e il Carso, entrambi accomunati dal colore verde, mite ma non umile, il colore della salute. Ma il protagonista aveva ricordato che osservando un tramonto, il verde smeraldo fissato a lungo su una parte del paesaggio, chiusi gli occhi, veniva coperto, sulla retina, dal suo colore complementare, un rosso smagliante, il colore della malattia. Era lo stesso rosso fiammeggiante infatti che, con la guerra, aveva invaso come un incendio spaventoso il verde della pace. Svevo sapeva di avere delle armi spuntate per far valere le sue ragioni. La penna e il violino, simbolo quest’ultimo anche del popolo errante ebraico, elevato qui a emblema della sua poliedricità artistica, nel mondo in cui si muove il protagonista sono certamente contrassegni di inferiorità rispetto al potere e al prestigio che davano le vernici antivegetative prodotte dai suoceri: «Sono però gli strumenti di cui Aron Ettore Schmitz si è servito per sopravvivere nel mondo industriale e borghese, con un’originalità tale che gli ingredienti dell’inventio sveviana restano segregati ancora di più di quelli dei famosi barattoli Veneziani».