TALLIS SCHOLARS ENSEMBLE

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La Società dei Concerti ha proposto un eccellente concerto di musica sacra, antica e contemporaneadi Luigi Cataldi

Il nove marzo scorso al Teatro Verdi di Trieste, nell’ambito della Novantaquattresima stagione della Società dei Concerti è stato possibile ascoltare uno dei gruppi che ha contribuito a fondare il concetto stesso della prassi esecutiva della musica rinascimentale a cappella, il Tallis Scholars Ensemble. Peter Phillips, allora studente all’università di Oxford, fondò il gruppo nel 1973 e ancora lo dirige. Egli ha unito una rigorosa ricerca musicologica a un altrettanto rigoroso tentativo di ricostruire le tecniche esecutive del repertorio vocale antico e lo ha fatto senza mai dimenticare che lo scopo da raggiungere è l’ascolto nel mondo contemporaneo. I risultati ottenuti sono enormi: ben oltre duemila concerti tenuti in ogni parte del mondo (la media attuale è di circa 80 concerti l’anno), una sessantina di dischi (soprattutto con la propria casa discografica Gimell Records), molti dei quali con il riconoscimento di premi prestigiosi (numerosi i Diapason d’Or e gli Early Music Award).

Peter Phillips

Il programma eseguito a Trieste associa un autore rinascimentale a uno vivente per celebrare due anniversari che ricorrevano lo scorso anno: i cinquecento anni dalla nascita di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525-1594) e il novantesimo compleanno del compositore estone Arvo Pärt (1935). Palestrina è maestro riconosciuto del contrappunto (il suo insegnamento sarà seguito ben oltre l’epoca bachiana), celebre per la linearità della condotta vocale, l’equilibrio fra le parti polifoniche e omofoniche, caratteristiche che permettono una maggior comprensione del testo liturgico rispetto ai contemporanei. Quando (in risposta alle critiche provenienti dal mondo protestante di noncuranza per l’intelligibilità del testo) il Concilio di Trento impose che nelle composizioni sacre il testo dovesse essere chiaro e comprensibile, la sua Missa Papae Marcelli (1562) fu presa a modello da imitare. Anche per Arvo Pärt il testo è centrale nella composizione. Per lui non solo deve essere comprensibile, ma deve essere incorniciato, dunque posto in rilievo, dal silenzio. La tecnica impiegata è stata da lui stesso definita dei “tintinnabuli” (dal latino “tintinnabulum”, cioè piccola campana), poiché si ispira al suono di una campana percossa ripetutamente che produce diverse e varie onde sonore, oscillanti attorno a una frequenza più grave. Nelle composizioni di Pärt avviene qualcosa di simile. Vi sono due voci principali, una melodica che si muove per gradi, come una sorta di canto fermo gregoriano, ed una tintinnabulare che àncora l’altra voce a un accordo diatonico, muovendosi per i gradi fondamentali della triade (per esempio, l’accordo principale Do, Mi, Sol). Sebbene Pärt abbia anche descritto con termini matematici questa tecnica, egli è però un mistico: «Il suono è più importante della struttura», ha detto e il suono, con i necessari silenzi, è letteralmente il corpo fisico del testo (sillabe, accenti, punteggiatura meticolosamente osservati e, ovviamente, significati).

Nunc dimittis è racconto che si trova nel Vangelo di Luca (2, 29-32). Simeone, dopo aver preso in braccio Gesù bambino, ritiene compiuta la profezia che aveva ricevuto, di morire dopo aver visto il Messia e chiede di andare in pace. «Nunc dimittis servum tuum, Domine, / secundum verbum tuum in pace: / Quia viderunt oculi mei salutare tuum / Quod parasti ante faciem omnium populorum: / Lumen ad revelationem gentium, / et gloriam plebis tuae Israel. / (Ora, Signore, congeda il tuo servo in pace secondo la tua parola, poiché i miei occhi videro la tua salvezza, che hai mostrato davanti a tutti i popoli: la luce per la rivelazione delle genti e la gloria del tuo popolo, Israele).

La composizione di Palestrina, breve ma imponente, è per due cori (otto voci), che si rispondono fra loro in contrappunto severo e elaborato. Palestrina è attento alla condotta delle voci e sottolinea del testo solo le espressioni di giubilo conclusive («[lumen ad] gloriam plebis tuae Israel») e la finale benedizione («Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto: Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen»). È Dio, di cui si cantano le lodi, che la musica celebra.

Tallis Scholars Ensemble

Il corale di Pärt fu scritto nel 2001 per il coro della cattedrale scozzese episcopale di St. Mary a Edimburgo per essere eseguito come preghiera della sera nella liturgia della comunione anglicana. Nella prima sezione le voci affiorano dal silenzio, dal basso verso l’alto, in lieve crescendo, e compongono l’accordo di Do diesis minore. «Nunc» e «Domine» sono le parole in rilievo. Poi un motivo che sale fra le voci per gradi conclude la sezione sulla parola «pace». La seconda sezione è di transizione. Ripete più volte le parole di salvezza («Quia viderunt […]»), prima con stile omofonico, su accordi per terze di ritmo lentamente variabile (6, 4, 3, 2 semiminime), poi polifonico, su un motivo oscillatorio di terza (Fa diesis Re Fa diesis). L’ultima sezione è l’asimmetrico centro della composizione. Le voci, raggiungendo la sonorità più intensa (mezzo forte), si fissano nell’accordo di Do diesis maggiore sulla parola «lumen»: un improvviso bagliore. La benedizione conclusiva («Gloria Patri […]»), una sorta di coda, ritorna al Do diesis minore, pianissimo, con semplice contrappunto delle voci su intervalli discendenti e ascendenti. Ripiegamento meditativo su sé, più che espressione di giubilo. È con gli occhi della comunità dei fedeli che si segue il cammino dal buio alla luce, un percorso che è in verità sonoro, dal silenzio alla voce piena e di nuovo al silenzio.

La parte interamente palestriniana del concerto ha percorso il cammino inverso, dalla luce al buio. Il concerto è iniziato con Surge Illuminare, mottetto del 1575 (da Isaia 60.1–2, in cui si invita Gerusalemme a risvegliarsi alla luce di Dio), passando per la Missa brevis (1570), per poi giungere alle Lamentazioni a sei voci (1588), utilizzate come terza lettura dell’Ufficio delle Tenebre nel Triduo pasquale il sabato santo, in cui il profeta Geremia si duole del castigo che colpisce il suo popolo per le colpe degli antenati. Palestrina utilizza qui una struttura polifonica variabile (da 4 a 6 voci) e sottolinea il dolore dei lamenti con composti cromatismi e dissonanze, in contrappunto severo.

L’idea della pace è ritornata con il Da pacem domine (su un’antifona gregoriana) di Pärt, scritto per le vittime degli attentati di Madrid del 2004. Il programma si è chiuso con una composizione non liturgica in inglese, which was the son of … (2000) in cui si ripercorre a ritroso la genealogia da Cristo a Dio che si legge nel Vangelo di Luca, in cui la luce, attraverso una fulgida triade maggiore, sembra tornare sulle conclusive parole «God» e «amen».

I dieci cantori che si sono esibiti a Trieste (4 soprani, 2 contralti, 2 tenori e 2 bassi) hanno perfettamente calibrato l’intensità dell’emissione vocale alla sala (grande, poco risonante e poco riverberante), tanto che le voci, pur udendosi distintamente, sono parse sempre bene amalgamate, sia nei pianissimi, sia a voce piena. Intonazione perfetta, suono corposo e dolce, chiarezza e linearità del declamato polifonico, sostenuto da una corretta dizione, equilibrio fra le voci sono caratteri risultati evidenti in tutta l’esibizione, che si è chiusa nel segno di Pärt con un bis, la gioiosa preghiera alla vergine Maria Bogoroditse Djevo.

Un bellissimo concerto di musica sacra per credenti e non credenti. Il pubblico (che non riempiva interamente il teatro) ha applaudito molto calorosamente.