TRE “NOVELLACCE” RIESUMATE DAGLI ARCHIVI
Il Ponte rosso n. 128 - giugno 2026 | visti da vicino | Walter Chieeghin
Conversazione con Elisa Donda, curatrice per EUT di tre testi narrativi di Giorgio Fano, accompagnati da un accurato saggio introduttivo, frutto delle sue ricerche
Tutti i tre testi delle Novellacce si ispirano al tentativo di combattere i tabù del corpo
di Walter Chiereghin
Ho avuto modo di conoscere sua madre, la signora Loredana, qualche minuto prima di conoscere di persona Elisa Donda, ad un convegno su Giotti in cui la figlia era tra i relatori. Quando ho capito che anche lei dispone del medesimo modo di fare accogliente della madre, ho pensato che un’intervista potrebbe rivelarsi lo strumento più adeguato per parlare del suo ultimo lavoro, Le “Novellacce” di Giorgio Fano, che Elisa ha appena pubblicato con la EUT, Edizioni dell’Università di Trieste.
Cominciamo dalla fine del tuo libro: nei Ringraziamenti, citi Anna Storti, che purtroppo non ha potuto vedere stampato il tuo lavoro, con accenti di sincero affetto, di rimpianto e gratitudine.
Sì, è venuta a mancare a luglio e penso di non essermi ancora ripresa dalla notizia: è stata veramente la mia insegnante negli anni dell’università, fin dal primo anno, quando mi ha fatto appassionare alla letteratura triestina, grazie alla sua passione, è riuscita a farmi innamorare di La guerra del ’15 di Giani Stuparich e inoltre mi ha introdotto nell’Archivio degli scrittori e della cultura regionale, mi ha sempre incoraggiata nelle mie ricerche, anche nella pubblicazione di un quaderno di guerra inedito di Carlo Stuparich e infine mi ha seguita nella stesura del libro, fino agli ultimi giri di bozze, per cui si può veramente dire che questo libro è l’ultimo impegno sul quale la Storti ha lavorato. Per me è stata una presenza e una guida appassionata per tutti i dodici anni che ho avuto la fortuna di ascoltarla e di averla vicino.
Allora, parliamo di queste tue Novellacce, che sono – mi pare – una filiazione della tua tesi magistrale, vero?
Sono proprio la mia tesi, in effetti. Poi molto elaborata: il quarto capitolo del libro, per esempio, “Le Novellacce tra letteratura e contaminazioni”, non esisteva. Inoltre ho un po’ rinvigorito la biografia dell’autore. Ci ho impiegato sei anni a completare il lavoro, certo facendo anche altro, ma vi sono confluiti dentro una quantità di letture, di studi e di approfondimenti.
Per la tesi di dottorato ti sei invece occupata di altro?
Non del tutto: la base di Fano rimane, perché ho attinto al suo carteggio inedito con il filologo Sebastiano Timpanaro – iniziato nel 1949 e proseguito fino all’anno della morte di Fano, nel 1963 a Siena – e a quello tra Timpanaro e Voghera. Diciamo che con questo progetto di ricerca ho completato lo studio di Fano, in quanto il carteggio tratta dell’ultima parte della sua vita.
Cosa hai trovato nelle tue ricerche d’archivio circa la genesi di queste Novellacce?
Anche se lo scrittore delle Novellacce è anziano (le scrive negli anni Sessanta), l’idea degli Anacopridi, per esempio, risale alla sua giovinezza, tanto che venne attribuita in un primo momento a Saba. La storia, prima di essere scritta, veniva spesso raccontata in casa, oralmente, per cui se la ricordavano tutti. Secondo me, i testi riguardano da vicino la prima parte della vita di Fano.
Draga S. Elia, 1930
Archivio Fano
Ecco, parliamo proprio di questa prima parte della sua biografia. Fano era al centro di una complessa rete di rapporti, tutta gente che ha avuto un ruolo nell’ambiente culturale triestino di quegli anni: Saba prima di tutti, e Lina, ma anche Cantoni, suo cugino, Enrico Elia, Guido Voghera e Giotti, che gli era stato anche cognato, ma quell’amicizia che si era poi raffreddata…
Sì, s’era affievolita, certo, ma è rimasta sostanzialmente tale fino alla fine. Però questa rete di relazioni cui accenni ha fatto di Fano una figura importante non soltanto nella filosofia neoidealista e nello studio sull’origine del linguaggio, ma lo rese attivamente presente anche in ambito letterario e pedagogico. Tra loro, quei giovani si scambiavano libri, discutevano fino allo sfinimento, ma andavano anche al mare assieme, allo stabilimento Amadi, a pochi passi da Villa Veneziani dove abitava Svevo, una spiaggia resa oggi inagibile per le installazioni industriali della Ferriera di Servola.
Fano, come evidenzi nella biografia che hai ricostruito, è stato un “irregolare” della cultura?
Certo. Innanzitutto è stato un autodidatta, cresciuto quasi per intero al di fuori dell’istituzione scolastica, che difatti ha abbandonato ancora negli anni del liceo. «A scuola ti insegnano solo stupidaggini» era la risposta che opponeva a quanti gli chiedevano ragione di quell’abbandono. Del resto la cultura che si era costruito da sé doveva avere solide basi, tanto in ambito filosofico quanto in generale, se gli consentì di intrattenere un confronto epistolare con Croce nel 1912, quando il filosofo abruzzese era già senatore e occupava una posizione centrale nella vita culturale del Paese.
Mentre il Nostro non disponeva ancora di una laurea, della quale apprendo dal tuo libro una genesi davvero curiosa, a dir poco.
Difatti: Fano si laureò a Padova nel ’23, a pieni voti, senza tuttavia aver frequentato nemmeno una lezione. Per di più era riuscito ad iscriversi all’università senza disporre di un diploma, falsificando quello di suo cugino, Giuseppe Fano, e producendolo, contraffatto, all’atto dell’iscrizione.
Una personalità e una biografia complessa e articolata, per non parlare del suo pensiero e delle sue opere, con pubblicazioni che comparivano sulle più importanti riviste scientifiche, che si affiancano alla sua collaborazione al Corriere dei piccoli.
In effetti è così. I racconti di cui tratto nel libro sono rivolti a un pubblico adulto, ma Fano era forse più conosciuto dal pubblico come autore per l’infanzia. Però leggeva molto, anche testi letterari. A un esame di quel che è rimasto della sua biblioteca (che gli fu sequestrata due volte a causa del suo antifascismo e delle leggi razziali), quasi tutta composta da testi filosofici, in gran parte in lingua tedesca, vi erano anche romanzi in italiano. L’ultimo libro che leggeva prima di morire era Il gattopardo, anche se tra le opere letterarie che aveva letto primeggiano quelle di autori ottocenteschi, ma anche scrittrici nordiche, per lo più scritte in tedesco, perché aveva anche uno specifico interesse per la letteratura femminile. Insomma, era un lettore fuori dai canoni, come la sua vita, del resto.
Non è probabile che il suo impegno di saggista abbia limitato il suo tempo di lettore di narrativa?
Sicuramente, ma bisogna anche dire che forse l’impegno letterario gli portò via tempo ed energie per la stesura dei saggi filosofici, come temeva Annetta, seconda moglie del filosofo. Fano era sempre stato attirato dal mondo delle Lettere e dell’editoria. Nel ’19 aveva acquistato con Saba la libreria di Via San Nicolò, per la quale litigarono perché Fano avrebbe inteso vendervi libri freschi di stampa, mentre l’altro la voleva antiquaria, e poi fondò la Fauno editore, pubblicò soltanto due volumi e poi fallì. A riprova del fatto che i libri esercitavano su di lui una forte attrazione.
Per una storia così complessa, dove hai cercato il bandolo della matassa, per produrre poi il paratesto (veramente illuminante, lasciami dire) del libro del quale parliamo?
Innanzitutto ho potuto disporre di due archivi: quello degli scrittori e della cultura regionale, dell’Università di Trieste e anche quello della famiglia Fano, messomi a disposizione dal figlio Guido, oltre che dalle testimonianze sia dello stesso Guido sia del nipote Vincenzo Fano, che mi ha raccontato episodi ed aneddoti entrati nella mitologia della famiglia, oltre a fornire l’introduzione al libro. Poi, naturalmente, attingendo a tutta una bibliografia, in primo luogo ai volumi di Annetta, seconda moglie di Giorgio e madre di Guido, e a quelli di Giorgio Voghera, e naturalmente alle lettere presenti nei due archivi di cui ti ho detto. Nel carteggio tra Fano e Voghera, in particolare, ho potuto rinvenire molte osservazioni riguardanti proprio le Novellacce, che l’autore inviava per averne un giudizio, esprimendo tra l’altro l’intenzione di pubblicarle, senza mai riuscirvi. Tuttavia, le Novellacce circolarono tra amici e uomini di grande cultura, come Claudio Magris e, il già citato, Sebastiano Timpanaro.
Veniamo alle Novellacce. Ti sei imbattuta in questi testi che non sono una passeggiata, pur contenendo elementi oggettivamente interessanti. A me, riesumando una remota lettura dei miei anni di scuola, han fatto venire in mente il Candide di Voltaire, per dire…
è comprensibile. C’è anche un intento illuministico in questi testi, che del resto sono in consonanza anche con la loro contemporaneità, con alcuni aspetti surreali o del realismo magico, pensa a Bontempelli, che si erano affermati proprio nella prima metà del Novecento. Del resto, citando Calvino, ho rilevato che il racconto fantastico può definirsi come la naturale prosecuzione del racconto filosofico francese.
Il collegamento con l’Illuminismo mi pare presente in particolare nella prima novella, La mistificazione amorosa, che tenta di esorcizzare un tabù, quello che circonda il desiderio amoroso.
Tutte e tre le Novellacce si ispirano al tentativo di combattere i tabù, ma certo la questione in quella che citi si fa ancora più evidente per le considerazioni di carattere pedagogico di cui è intessuta la trama della prima novella. Fano mette in bocca a un suo personaggio, il barone von Maehrenfeld, una riflessione circa la foglia di fico che la tradizione iconografica colloca sotto l’ombelico, mentre lo scopo di tutto il macchinoso tentativo educativo messo in atto dal barone si pone semplicemente l’obiettivo di spostare quella foglia sotto il naso.
Delle tre novelle, quella sicuramente più realistica e anche la più esplicita è Il rompighiaccio, che narra di un incontro tra il professore e una sua ex allieva che, grazie a una breve relazione adulterina tra i due, pare risolvere un suo problema di frigidità col marito (da cui il titolo).
Si tratta in effetti della novella più coinvolgente e dove la narrazione sembra farsi più piana e più “moderna”, anche se la filosofia è presente nel dialogo tra i due protagonisti sulla sintesi hegeliana applicata al rapporto erotico, oltre che nella rilettura che fanno assieme del Convivio di Platone. Ma oltre a ciò colpisce la finezza psicologica con la quale i due protagonisti sono elaborati da Fano e soprattutto la figura decisa, libera ed emancipata di lei, l’unica tra i due che riesce a comporre – a proprio vantaggio – il dissidio apparente tra amore ideale e carnale.
Da dove viene lo spregiativo Novellacce?
è una definizione dell’autore stesso, che lo conia –con altri termini che sottintendevano comunque un giudizio di valore, quali “scherzi” – i racconti nella corrispondenza con Giorgio Voghera, che era un moralista, a differenza di Fano che era stato sempre un po’ libertino, o almeno libero nel pensiero e nella scelta dei suoi argomenti, come dimostra anche con questi testi, dov’è presente una vivace componente erotica, il più delle volte surreale.
Hai avuto difficoltà per produrre una corretta pubblicazione dei testi?
Beh, un po’sì, soprattutto nell’individuare quella linea sottile che separa l’autentico pensiero di Giorgio dai rimaneggiamenti di Annetta, perché lui dettava e lei batteva a macchina, ma talvolta, se a lei non piaceva qualcosa, non si faceva scrupoli nel modificare il testo, soprattutto quando doveva “correggere” qualcosa in merito alle figure femminili sottomesse come lui le aveva disegnate. Immagino che lui accettasse le modifiche, e che comunque si divertissero nel lavoro che facevano assieme. Credo che Annetta fosse la donna che lui aveva cercato invano, prima del loro incontro: un’intellettuale e una donna capace di tenergli testa (lo aveva perfino lasciato per un periodo) e capace quanto lui di trovare una freschezza di espressione nella scrittura narrativa.
Bene, per concludere: perché pensi che sia importante questo lavoro che hai portato a termine?
Perché mi aveva incuriosito la constatazione che in una quantità ragguardevole di monografie sulla cultura di quegli anni a Trieste Giorgio Fano compare dappertutto, come il prezzemolo, ma è trattato sempre “di striscio”, senza approfondire. Credo di aver contribuito col mio lavoro a renderne più plastica la sua figura, che ritengo abbia ancora molte cose da dirci.
Elisa Donda ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Ferrara con la tesi Un filosofo e un filologo in dialogo. Edizione e commento del carteggio tra Giorgio Fano e Sebastiano Timpanaro (1949-1963). In passato ha studiato in regione, dove si è occupata di autori quali Carlo Stuparich, Giorgio Voghera e Anna Curiel e Giorgio Fano; ha approfondito inoltre vari aspetti della letteratura triestina, come il rapporto tra la poesia e il Carso.
