TRIESTE E L’ESTETICA DEL LIMBO
Gianluca Bocchinfuso | Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | luoghi
La metafora del nessun luogo nella lettura di Jan Morris
Trieste è una città che si legge come un palinsesto di nostalgie incrociate
di Gianluca Bocchinfuso
Trieste o del nessun lungo
traduzione di Piero Budinich
Il Saggiatore, Milano 2023
pp. 224, euro 17,00
Trieste non è semplicemente un punto geografico dell’Alto Adriatico. Nella visione intensa e crepuscolare di Jan Morris (Trieste o del nessun lungo, Il Saggiatore, Milano 2023) si configura come un’allegoria del limbo, una dimensione sospesa dove la realtà materiale sfuma in una condizione squisitamente esistenziale.
Definita già dal titolo la capitale del nessun luogo, Trieste esercita sui suoi osservatori un’influenza che trascende la mera descrizione dello spazio urbano per farsi introspezione e ricerca filosofica. Questa visione non è un’invenzione solitaria della Morris, ma s’inserisce in una tradizione intellettuale: già nel 1909, il commediografo viennese Hermann Bahr descriveva, al suo arrivo, una sensazione di «irrealtà», come se la città non si trovasse in alcun luogo preciso, ma fluttuasse in un vuoto storico e semantico (p.13). È una percezione che Robert Musil avrebbe poi cristallizzato nell’idea che a Trieste «ogni cosa significhi più di quanto abbia la pretesa di significare» (p. 13), trasformando ogni palazzo e ogni molo in un geroglifico della psiche mitteleuropea.
L’essenza di questa “città-metafora” risiede nella sua paradossale invisibilità. Nonostante la sua magniloquenza asburgica, Trieste sembra mancare di quelle vedute iconiche che fissano una città nella memoria collettiva. È un porto italiano, eppure etnicamente ambivalente e storicamente confuso, situato in quell’angolo superiore del mare Adriatico che sembra essere sfuggito alla razionalizzazione dei confini moderni. L’impatto di questa alienazione sulla psiche collettiva è profondo: basti pensare che ancora nel 1999, secondo un sondaggio citato con amara ironia dall’autrice, circa il 70% degli italiani ignorava che Trieste appartenesse al proprio paese. Questa condizione di «enclave sui generis» (p. 16), isolata tra l’asprezza del territorio slavo e la sottile fascia costiera italiana, la rende un luogo di desiderio e disincanto, un frammento di Europa trasportato fuori dal tempo. Questa sensazione di isolamento non è un limite: è il fondamento del suo fascino che si riflette immediatamente nell’architettura monumentale che accoglie il visitatore come una scenografia teatrale imponente, ma priva di attori.
La scenografia del potere: piazza Unità d’Italia e le rive
Il centro di Trieste si presenta come una celebrazione solenne del prestigio asburgico, un’operazione di pianificazione urbana che Jan Morris definisce attraverso il concetto di «impressionismo civico» (p. 17). La struttura della città bassa, edificata su una griglia razionale nel XVIII e XIX secolo (il cosiddetto Borgo Teresiano), fu concepita come uno strumento di ordine e un manifesto della potenza imperiale. Edifici massicci e gravi, come il Palazzo del governo con i suoi mosaici vitrei o la sede della Banca d’Italia, formano una parata di stili che spaziano dal neoclassico all’eclettismo, testimoniando la ricchezza di una plutocrazia di banchieri e armatori. Simbolo di questo rigoglio passato è il Lloyd Triestino, nato originariamente come Lloyd austriaco, la cui flotta vantava piroscafi leggendari come il Primo, che nel 1869 partecipò all’inaugurazione del Canale di Suez, segnando l’apogeo di Trieste come emporio mondiale (p. 15).
Piazza Unità d’Italia, che si apre scenograficamente verso il mare, è il fulcro di questa narrazione visiva. È uno spazio maestoso, circondato da palazzi che sembrano «meravigliosamente fieri di sé stessi», ma che spesso trasmettono un senso di sottile inquietudine. La Morris nota il contrasto tra la grandiosità dei prospetti ornati di statue e allegorie massoniche e l’atmosfera spesso «semideserta» delle strade, dove il traffico moderno appare talvolta come un’interruzione abusiva di un silenzio più profondo. In questa scenografia, l’autrice legge i segni di una gloria che appartiene ormai al regno delle ombre: i lamparetti (p. 49), ovvero la guardia civica municipale dai baffi risoluti che ancora sembra sorvegliare la città dalle vecchie foto di gruppo, o le statue di Verdi e dei due mori bronzei, Micheze e Jacheze, che segnano le ore sulla torre del municipio. Un esempio lampante di questa opulenza individuale è la dimora del barone Pasquale Revoltella, un tempo scapolo immensamente ricco che accumulò fortune speculando su grano e legname. Il suo palazzo – oggi museo con quadri, sete, velluti e candelabri – conserva l’eco di feste sfarzose e di una rispettabilità conquistata con fatica, specchio di una borghesia che vedeva in Trieste la propria personale California.
Il mare e il confine: Adriatico e Carso
La geografia di Trieste è definita da un dualismo quasi metafisico che ne stringe l’identità in una morsa: da un lato l’Adriatico, descritto come un mare «per metà reale e per metà immaginato», e dall’altro l’aspro Carso (o Karst), una distesa di calcare inospitale che preme la città contro la costa. Questi due poli rappresentano i confini fisici e psicologici dell’isolamento triestino. Il Carso è una terra dura, pietrosa, un tempo infestata da briganti e oggi percepita come una zona di «quarantena o di confino» (p. 14), segnata negli atlanti storici da quei tratteggi che indicano le regioni liminali. Qui, sulla strada che porta a Opicina, sorge l’Obelisco eretto nel 1830 per celebrare la via regia che collegava Vienna al suo porto marittimo; un monumento che oggi appare scrostato, ma che un tempo annunciava al viaggiatore l’arrivo in un approdo di rango imperiale (p. 23).
Il rapporto con il confine è viscerale e ineludibile. La frontiera slovena, situata a soli otto chilometri dal centro, ricorda costantemente che Trieste è un «ultimo respiro della civiltà», come rifletteva Chateaubriand nel 1806, immaginando con timore che oltre quel limite iniziassero le «barbarie» (p. 13). Ma l’elemento che più di ogni altro definisce la «geografia emotiva» della città è la Bora. Non è solo un vento; è un fenomeno grandioso e implacabile che la Morris descrive come capace di purificare l’aria o di esasperare l’alienazione degli abitanti. La Bora rovescia carrozze, scaglia uomini contro le catene dei moli e sibila tra i vicoli con una violenza che costringe alla riflessione forzata (pp. 85-86). È il respiro selvaggio del Carso che invade la città asburgica, ricordando che Trieste è una penisola dell’Europa occidentale che si protende precariamente verso i Balcani. Questo senso di fine geografica e storica trova la sua massima espressione simbolica nel castello bianco che sorge sulla costa, sentinella di una gloria precocemente svanita.
Miramare e l’hybris di Massimiliano: monumenti alla transitorietà
Il Castello di Miramare (in origine Miramar) non è solo una residenza nobiliare di rara bellezza, ma rappresenta l’idealizzazione romantica dell’impero e un monumento eterno alla fragilità delle ambizioni umane. Voluto dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, il castello è descritto dalla Morris come un «fiabesco maniero posticcio» (p. 41), un’espressione di hybris che sfida la logica del tempo e della politica. Massimiliano, uomo di mare e sognatore incline alle fantasticherie, lo fece costruire come nido d’amore per sé e per la moglie Carlotta del Belgio, creando un’oasi di perfezione estetica che si sarebbe rivelata il tragico preludio ad un disastro d’oltremare.
La vicenda della coppia reale è il fulcro della «dolce malinconia» triestina. Gli arredi interni di Miramare, con i loro trofei cremisi, i soffitti decorati a cassettoni e lo studio che riproduce l’ambiente di una nave, sono intrisi di un senso di sventura imminente. È qui che Massimiliano ricevette la delegazione messicana che gli offriva una corona illusoria; partendo da questo molo verso il Messico, egli andava incontro alla fucilazione da parte dei repubblicani di Benito Juárez, mentre Carlotta sarebbe sprofondata in una follia senza ritorno, prigioniera dei propri fantasmi proprio in quelle stanze affacciate sull’Adriatico. Miramare ricorda «dolorosamente la transitorietà di tutti gli imperi» e delle seducenti illusioni di permanenza» (pp. 80-81). Per Jan Morris, osservare il profilo candido del castello significa confrontarsi con l’idea che la bellezza sia spesso il velo che copre il fallimento. Questo luogo è il santuario dell’ipocondria triestina, dove la gloria imperiale si è cristallizzata in un’eterna e immobile attesa.
Il genio del luogo: Morris, Joyce, Svevo e la prosa della solitudine
La letteratura è la vera linfa vitale di Trieste, una città che si legge come un palinsesto di nostalgie incrociate. Morris intreccia la propria prosa con quella dei grandi geni inquieti che hanno abitato questi luoghi, creando un dialogo tra epoche diverse basato sul disincanto. L’autrice utilizza il termine gallese hiraeth (p. 83) per definire quel misto di nostalgia, desiderio e pathos che permea l’aria triestina: una sensazione che ha nutrito autori capaci di vedere la città sotto le sembianze di una metafora universale.
James Joyce visse a Trieste per vent’anni, insegnando alla Berlitz School e conducendo una «vita pensosa e schiva». La sua celebre imprecazione ipocondriaca, «ah trieste il fegato mi rose» (p. 17), sintetizza un rapporto tormentato con una città che però fu la culla dell’Ulisse. Per Joyce, Trieste era un rifugio di ambiguità linguistica e morale perfetto per la sua rivoluzione letteraria.
Italo Svevo, il creatore de La coscienza di Zeno, incarna il «tormentoso senso di incompiutezza» (p. 83) triestino. La sua figura di uomo d’affari e scrittore segreto riflette la dualità di una città mercantile che, dietro la facciata di rispettabilità borghese, nasconde un’angoscia modernissima e una propensione all’autoanalisi distruttiva.
Richard Burton, l’esule scontento, esploratore e traduttore de Le mille e una notte, passava le giornate tra i moli, oppresso dalla noia di un incarico consolare che considerava oltraggioso e Trieste «indegna di lui» (p. 103), finendo per diventare uno degli spettri più vividi della solitudine cittadina.
In questo coro di voci s’inserisce anche il tragico destino di Johann Winckelmann, il grande studioso dell’antichità classica che fu brutalmente assassinato a Trieste nel 1768, presso la Locanda grande (p. 94). La sua morte è il simbolo massimo della città come luogo dove l’ideale della bellezza greca incontra un destino assurdo e brutale. Morris sottolinea inoltre come Trieste sia, nel profondo, una «città ebraica» (p. 109): non solo per la presenza storica della comunità, ma per un’affinità spirituale legata al talento cosmopolita, al dislocamento e alla «fuga nel tempo». L’identità ebraica di Trieste, con i suoi «tristi interrogativi su sé stessi», è la chiave di volta che sostiene l’intera impalcatura intellettuale della città, rendendola un crocevia di modernità e dubbio.
La capitale del nessun luogo nel nuovo millennio
Trieste emerge come un’opera fatta in egual misura di impressionismo civico e di profonda introspezione. È una città che ha elevato a sistema di vita la filosofia del fortwursteln – quel «tirare avanti in qualche modo tipico» dell’ultimo periodo asburgico – sopravvivendo alla fine del proprio mondo con una dignità malinconica. Nonostante la caduta dell’impero, i traumi del confine e l’oblio da parte della nazione madre, Trieste mantiene una «diabolica influenza» su chiunque sappia mettersi in ascolto dei suoi silenzi. Essa rimane il cuore di quella Kakanien, la Cacanìa di Musil, che non ha mai smesso di esercitare il suo incantesimo (p. 51).
L’immagine finale che Jan Morris ci consegna è quella della piazza dove solo la banda continua a suonare, un miraggio di eleganza che persiste anche quando le grandi navi sono salpate per sempre. Il graffito del millennio apparso in Piazza unità, che raffigura una giovane donna dai capelli biondi che cavalca un toro verso il mare aperto sotto le stelle delle Pleiadi, sembra suggerire una proiezione verso il futuro, ma è un futuro che non rinnega il peso del passato. Trieste resta, per l’autrice e per il lettore attento, una casa spirituale per chiunque si senta un esule nel mondo. In questa «capitale del nessun luogo» (p. 201), la condizione di essere stranieri diventa finalmente un valore condiviso, trasformando l’isolamento in una forma di appartenenza universale e la fuga nel tempo in un atto di suprema resistenza poetica. Chi visita Trieste non cerca una meta, ma un riconoscimento: il riflesso del proprio limbo interiore in una città che ha fatto dell’attesa la sua unica, magnifica forma di realtà.
