UMBERTO SABA A TULLIO MOGNO
Epistolario | Fulvio Senardi | Il Ponte rosso N.° 113 - marzo 2025
Perdute le lettere di Mogno nel saccheggio della casa si Saba in fuga da Trieste, emergono finalmente 142 lettere del poeta all’amico marchigiano
di Fulvio Senardi
L’Io ingombrante e invadente che amministra le pagine di Storia e cronistoria del Canzoniere, la geniale quanto oltranzista celebrazione della propria poesia da parte di Umberto Saba, invoca per l’interpretazione l’avallo delle grandi firme della critica, con la stessa grinta con la quale si scaglia contro i detrattori (resta famoso il caso di Gargiulo). Nella galleria di personaggi che il grande prestigiatore fa comparire nel ruolo di avvocati della difesa sulla scena del Canzoniere, o meglio del suo sempre insidiato ascendere alla fama, un nome è restato piuttosto in ombra, quello di Tullio Mogno. Una misteriosa amicizia, titolava Alessandro Mezzena Lona un breve saggio dedicato a questo tema decisamente elusivo sul piano letterario e biografico, apparso parecchi fa (2004) in una miscellanea sabiana pubblicata dal Centro Biagio Marin in collaborazione con l’Universià di Pécs (‘In fondo all’Adriatico selvaggio…’ Umberto Saba con gli occhi dell’altra Europa, a cura di Fulvio Senardi); e iniziava ovviamente il discorso a partire dalla Prefazione a Storia e cronistoria: «Saba», confessa in quelle pagine Carimandrei, ovvero il poeta stesso che sotto un nome fittizio firma il volumetto, «avrebbe preferito di non dover scrivere personalmente la critica, o la storia della sua poesia. […] Egli avrebbe lasciato volentieri a Tullio Mogno la cura di illuminare gli italiani sulle ragioni e sui torti della sua straordinaria poesia, e su quelle, più straordinarie ancora, della scarsa comprensione che essa incontrò negli uomini della generazione funesta. […] Era questi un filosofo, ma che – cosa mostruosa in un filosofo, e per di più crociano – aveva una singolare intuizione della poesia in generale, e di quella di Saba in particolare. Un giorno del 1932 Saba ricevette una lettera di trenta e più pagine, firmata con un nome che allora gli era sconosciuto. Era la prima lettera di Mogno e si diffondeva quasi esclusivamente nell’analisi del Canto a tre voci. Molte altre lettere seguirono»… La tentazione sarebbe di citare per esteso, ma rimandiamo al piacevolissimo racconto di Saba (già, perché la prosa del poeta, oltre ad essere di straordinaria limpidezza è, per vivacità e arguzia, di godibilissima lettura).

Carlo Levi
Ritratto di Umberto Saba
olio su tela, 1950 circa
71×90 cm
Trieste, Università degli Studi
Sistema museale d’Ateneo
Un solo rapido completamento: i due interlocutori – Saba e Mogno – riuscirono ad affiatare così bene i rispettivi narcisismi (del poeta e del critico-filosofo, di una trentina d’anni più giovane del triestino) che per undici anni lo scambio epistolare fu fittissimo; interrotto per ovvie ragioni nel 1943, per il crudelissimo gioco di “guardie e ladri” che allora imperversava (fascisti e nazisti contro la razza abietta da mandare nei forni, gli ebrei) e riprese nel dopoguerra, per chiudersi con la morte del poeta nel 1957. Perdute le lettere di Mogno a Saba – erano conservate in un mobile dell’appartamento triestino che fu devastato dopo la fuga del poeta – restano le lettere di Saba, in possesso, quando Mezzena Lona scriveva, di Marcello Mogno residente a Macerata, ed ora del fratello minore Massimo. Negli ultimi tempi il poeta si faceva insistente e querulo con l’“araba fenice dei filosofi” (così aveva ribattezzato Mogno), esigeva da lui la grande opera critica che questi avventatamente gli aveva promesso e Mogno, senza opporre un netto rifiuto, si schermiva: «quel pazzo di Mogno continua a scrivermi lettere di molte pagine», si sfogava Saba, facendo la voce grossa, con Linuccia nell’ottobre 1953, «piene d’offese per le riserve che ho fatto al suo saggio» (e vedremo subito di cosa si tratta). Un mese prima, in una delle lettere custodite a casa Mogno e che Mezzena Lona ha potuto scorrere, si legge: «caro Mogno ho ricevuto ieri il brano del tuo saggio e ti ringrazio» (oramai, vecchi amici, si davano del tu); e continua: «il saggio contiene osservazioni preziose: tutto quello che dici, p. es., sulla pittura, sulla differenza che corre fra la poesia e la letteratura e sulle mie giovanili illusioni, la mia interpretazione del CANTO – come sai – è per me diversa […] Tu vedi IL CANTO da un altro punto di vista: valido quanto il mio. Così com’è, il saggio dice sulla mia poesia – sulla poesia in genere – cose più profonde che non abbiamo detto, fino ad oggi, gli altri miei critici; ed io ti ringrazio».

Umberto Saba
Storia e cronistoria
del Canzoniere
Mondadori, 1948
Siamo al dunque: la grande opera critica che Saba sognava potesse nascere dalla penna dell’amico si riduce a un saggio sul Canto a tre voci, di Preludio e fughe. E questo saggio è ora finalmente a disposizione dei lettori. Il merito principale va a Silvio Ramat, il grande studioso fiorentino della poesia italiana e dell’ermetismo in particolare, che recentemente ha richiamato l’attenzione sull’epistolario, 142 lettere di Saba per l’esattezza, e pubblica ora il saggio in rivista; ma un ringraziamento spetta anche alla Rivista di letteratura italiana, diretta da Giorgio Baroni, e che, sempre particolarmente attenta a tematiche triestine, ha accolto il testo con un ampia premessa dello studioso nel fascicolo 3 del 2024. Riporto un paio di righe del commento di Ramat, che mi sembrano assolutamente centrate nella loro capacità di cogliere la sostanza umana di un rapporto che, sia pure vissuto in una provvidenziale distanza di sicurezza, dovette avere luci e ombre, momenti di felice sintonia ma anche di freddezza: «il saggio sul Canto a tre voci resta una testimonianza esemplare delle forme che può assumere il ‘dialogo’ fra due tipi umani dissimili, un poeta e un filosofo, e nella fattispecie anche fra due esponenti di generazioni diverse che fatalmente assumono ciascuno il proprio ruolo: l’uno di maestro, l’altro di allievo. E l’allievo, che deve reverenza al maestro, è tuttavia sollecitato ad analizzarne l’opera con scrupolo e impegno».
Significativa, della riflessione di Mogno sul Canto a tre voci che il critico-filosofo considera (e non è il solo) il capolavoro del poeta, e sulla quale mi limiterò a qualche rapida osservazione, la sottolineatura di una “concezione negativa della vita” di origine religiosa, l’ebraismo, elemento sostanziale dell’ispirazione del poeta, e che determina la convinzione che ciò che muta e si trasforma è male, mentre ciò che resta immutabile, uguale a se stesso, è bene. Il divenire porta con sé lo smarrimento e il dolore: «In trista vicenda infinita / quante vite per vivere ogni vita / divora» (Canto a tre voci), nella permanenza invece la difesa contro l’infelicità: «Amante / delle forme immutabili, a me intorno / il giorno / con la sua guerra, con i suoi piaceri / la notte, mi fa l’oggi ognor del ieri / diverso, e cosa in tanto moto ferma / non trovo» (Settima fuga). Un’antitesi, così Mogno, che “si è depositata nel fondo della sua anima” e che Saba nella Sesta fuga riesce fruttuosamente a dialettizzare contrapponendo all’intuizione tragica della vita come dolore, cui dà forte accento, secondo il filosofo, l’assunzione di alcuni motivi dello stoicismo (ma non ci sarà invece lo zampino di Schopenhauer, così caro alla generazione dei nati nell’ultimo Ottocento?), una voce di contrasto che ne esalta invece la bellezza e le possibilità di godimento che essa offre; prendendo poi con la terza voce una distanza contemplativa dall’irrisolvibile conflitto tra affermazione e negazione, tra gioia e sofferenza, tra irresistibile tentazione di attingere alla coppa della vita e contrastata volontà di rinuncia, tra abbandono al “panta rei” e rigorosa fedeltà a se stessi: «la terza voce», chiosa il critico, «sa perfettamente che le altre due sono nate da lei e che, fino a quando le resteranno fedeli, non potranno uscire dalla loro drammatica unilateralità di gioia e di dolore».
La lettura di Mogno è densa, tesa, interessante; sfiora, nel suo svolgersi, temi di rilevanza notevole: il rapporto della poesia di Saba, per esempio, con Petrarca e con Leopardi. Dipende però ancora sostanzialmente dalle distinzioni crociane, specie nel contrapporre “poesia” a “letteratura”, con qualche capriola a proposito per es. del Canto notturno del Leopardi, in cui «l’oratoria si eleva ad altezze così sublimi da toccare in qualche modo la poesia», ma non è sorda alla concretezza della poesia valorizzando la nozione di “ritmo”, che, in special modo nella Sesta fuga, ha risvolti che andrebbero approfonditi. Non sfuggirà infatti che l’ottonario è tra i versi preferiti delle canzoni a ballo, Il trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo de’ Medici, per dire, un esempio illustre che Saba non può aver ignorato; e si tratta di un metro che impone anche sulla pensosità tendenzialmente pessimistica della seconda voce della fuga di cui scriviamo una briosità leggera che risemantizza la nota greve. Come a dire la vittoria definitiva della “calda vita” con la cornucopia dei suoi doni e di una gioiosa relazionalità (erotica, ma non solo) sull’accidiosa chiusura all’altro da sé che canta la seconda voce?

Rivista di letteratura italiana
2024 – XLII, 3
Ci avviamo alla conclusione. Il recupero delle pagine di Mogno è certo una tappa notevole di chiarificazione culturale e biografica, perché dà volto e voce a una presenza importante di Storia e cronistoria (e non solo, se pensiamo a quel colpo di genio che è la Lettera di Ernesto a Tullio Mogno, scritta da Saba nel 1953, ma datata 1899, nella quale Ernesto ringrazia Tullio Mogno per «il Suo bellissimo scritto sulle poesie che, a quanto Lei dice, scriverò quando sarò più grande»); ma non schiude, ammettiamolo, strade nuove all’interpretazione di Preludio e fughe. Nonostante l’encomiabile sforzo di lettura compiuto dall’“araba fenice dei filosofi” mi pare evidente che la Sesta fuga mantenga intatto il suo segreto; cosa che, peraltro, ne garantisce il fascino e ne rilancia la sfida. Le tre voci si affrontano, si alternano, piroettano, e poi svaniscono nell’aria, liberate dalla schiavitù della materia, con la leggerezza dell’Ariel di Shakespeare. Sono espressione di gioia, malinconia e contemplazione come ha suggerito Giacomo Debenedetti in una lettura che io continuo a preferire? Oppure, come voleva Solmi nella triade si deve riconoscere la voce del vitalismo, del dolore, e della poesia, ovvero l’arte della serenità contemplativa che fa coincidere gli opposti nella magia della parola ispirata? Nessuno dei maggiori interpreti, e neppure Mogno che scrive negli anni Cinquanta ed ha quindi il vantaggio di avere a disposizione un ventaglio considerevole di strumenti interpretativi di varia utilizzabilità, potendo così, a volerlo, pescare in più acque, ha scelto di ricorrere a messe a fuoco di psicologia del profondo o agli strumenti della psicoanalisi per avvicinarsi alle Fughe, e alla sesta in particolare. Sarebbe un modo efficace per più scavare a fondo? Mario Lavagetto, che si muoveva sul terreno dell’interpretazione psicanalitica come nel cortile di casa, sminuendo il valore di questa raccolta – musica da camera di un grandissimo operista, suggerisce – si è elegantemente sottratto all’impegno. Restiamo dunque in attesa di notizie fresche da qualche nuovo esploratore in Parnaso.
