UN CAPOLAVORO. O FORSE NO

| |
Locandina del film

Di Fulvio Senardi

 

Faticoso nuotare contro corrente quando si tratta del fiume dell’opinione diffusa. Eppure mai cessare di interrogare il presente, e se si passa per eretici, tanto meglio. Lo spunto, stavolta, è un film che critica e pubblico osannano. Il film del decennio ha scritto qualcuno. Io, lo si è capito, ho qualche dubbio in proposito. Si tratta di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Comincio da ciò che più di ogni altra cosa ha colpito me e, credo, tutti gli spettatori: l’intonazione prevalente, che è marcatamente burlesca.

Il tragico sorvolo dei drammi delle società (ormai semi-)opulente del cosiddetto Occidente – così lo sguardo indagatore, volto verso l’America ma non solo, di Anderson – si mantiene stabilmente sul registro ironico, accenna una denuncia, ma la soffoca nel riso; un prendere sul serio soltanto a metà – ma forse per niente o nelle remote intenzioni (per fortuna c’è lo spettatore a metterci del suo) – il tema dell’immigrazione dei disperati dei paesi poveri; dei centri di raccolta blindati dove vengono tenuti come animali in attesa di espulsione; dei rigurgiti di rivolta spontanea (ma dove mai!, nel presente delle società, le nostre, dell’ignavia consumistica e della miseria silente) che viene mostrata, senza problematizzare, con l’occhio che pesca indietro alla breve stagione delle Black Panthers o guardando all’oggi del Black lives matter (e forse dei rigurgiti anti-Trump dell’America più sana); del militarismo (descritto come generale e diffuso in tutti i maschi in uniforme, ma caricaturizzato fino al grottesco nella figura del colonnello Lockjaw, uno dei protagonisti, personaggio di cinismo brutale ma che si rivela poi un masochista perverso che ama i rituali di sottomissione); del suprematismo ariano (che qui riassume, calcando un po’ le tinte, ogni movimento razzistico e identitario del mondo “bianco” velocemente avviato, mentre punta i piedi, verso l’inevitabile meticciato). Insomma abbiamo a che fare con la postura post-ideologica tipica di un postmoderno (definizione giustamente avanzata da qualche critico) in vistoso ritardo: citazionismo, distanza ironica, ribaltamento della realtà nel grottesco, sberleffo.

La forma è sostanza, ricordiamo, e l’angolo visuale permea e dà senso alla materia. Di conseguenza che dalle “maschere” della commedia (costituente importante, ricordiamolo, del canone occidentale), possa scaturire, di per sé, un’efficace critica al presente, è un’ipotesi assai discutibile. Non è il povero Arlecchino (o se si preferisce Truffaldino) beffato e bastonato nella Commedia dell’Arte, scaltro ed ingordo in Goldoni, che può aprirci gli occhi sulla società di classe settecentesca, sulle sue crasse disuguaglianze, sulla violenza del potere nell’Ancien Régime, sul maschilismo allora (e oggi?) imperante. Né da Sosia possono venirci sollecitazioni per una critica alle forme schiavistiche del mondo antico. Non contestano dunque, ma divertono; come diverte Leonardo DiCaprio in fuga dalla polizia che manca il salto tra due edifici, acrobazia perfettamente eseguita dai tre giovani rivoluzionari (con barbe e capelli alla Che Guevara ovviamente) che lo precedono per guidarlo alla salvezza, e precipita in strada. Oppure spiaggiato su un divano allo sfascio, che straparla, con gli occhi allucinati di chi alterna psichedelici e alcool, smarrito nel suo niente quotidiano. Un po’ Charlot e un po’ l’ispettore Cluseau di Peter Sellers, con un pizzico d’assurdo alla Jonesco. Ma generosa anima di padre, tema sul quale torneremo.

Detto questo è giusto aggiungere che il film è un delizioso gioco di situazioni e trovate che attinge, con felice ispirazione, nella tradizione del cinema. Splendida la sequenza in cui DiCaprio, che ha dimenticato le parole in codice del manuale del rivoluzionario, chiede gli venga comunque rivelato l’indirizzo del “santuario” dei ribelli in fuga; fa pensare al Cluseau che vorrebbe un rüm (ovvero “a room”), il “lazzo” del malinteso, qui protratto e dilatato. Splendido l’inseguimento a tre che chiude il film, rimodulando l’usurato cliché western degli inseguimenti a cavallo e, nel poliziesco, in automobile, ma su una strada dritta dritta e tutta saliscendi, in cui l’orizzonte si allarga ora a dismisura ora si chiude claustrofobico nello spazio di pochi metri con un assai suggestivo effetto d’altalena (e che potrebbe suggerire, ma qui non pare il caso, qualche riflessione esistenziale). E si potrebbe ancora continuare.

Leonardo DiCaprio sulla copertina
della biografia di Douglas Wight

Ciò che conta però è che, piuttosto che un cinema che racconta il mondo, abbiamo qui una intelligente “fuga” dentro il cinema, come realtà separata e protettiva (perfettamente postmoderno anche tutto ciò …), a partire dall’amara consapevolezza che quel mondo, in fondo, non può essere cambiato. Gioia per i cultori dell’ottava arte (qualcuno dice settima), un po’ meno per chi vorrebbe che anche il cinema desse una mano a rendere la società un poco più accogliente. Tuttavia, in una narrazione in gran parte di irradiazione fredda, cerebrale e anempatica (come in genere la farsa), c’è un’oasi di coinvolgente intimità. La sdolcinatura melò. E la si incontra nel rapporto padre-figlia, cui già si è accennato. Lì il comico sparisce, sopraffatto dall’onda del patetico. Piccola terra promessa e sempre insidiata, il bozzolo della famiglia (bella trovata, il nesso paterno che sostituisce quello materno completamente deragliato), tenero cuore di zucchero che batte nel carnevalesco brulichio di una realtà data, nel suo complesso, come perduta (ostile, inabitabile, nemica). Baci, tenerezze e lacrime (con qualche bel primo piano di DiCaprio con espressione finalmente concentrata e affettuosa, perché altrimenti, lo abbiamo scritto, lo si è voluto piuttosto stralunato), prima del successivo scatto in avanti (o nel nulla?): Willa, la figlia, che dalle suore ove si è rifugiata ha appreso a maneggiare il mitra (Sister act?), è pronta ad accorrere, come la madre poi ripiegatasi nel tradimento e nel silenzio, là dove infuria la “battaglia” (i city riots, per essere precisi). La storia si ribalta su se stessa, la fine morde il muso dell’inizio, e con la stessa gioiosa baldanza; intanto il sipario cala, ma, immagina lo spettatore che esce dalla sala elaborando il messaggio di Anderson, proverà anch’essa l’entusiasmo della lotta – quei guizzi di anarchismo rabbioso che nessuno ascolta e che non portano da nessuna parte –, quindi il sapore amaro dell’inutilità (e l’onta del tradimento?) e infine troverà forse caldo rifugio nei velluti rassicuranti del privato. Mentre intanto il mondo va a puttane.