UN GALATEO PER GAZA
Editoriale | giugno 2025 | Il Ponte rosso N.° 115
Esiste ormai da tempo, o forse è sempre esistita, una sorta di galateo della Storia che impone, particolarmente in tempo di guerra regole, anche non scritte, di censura e di autocensura in grado di raddrizzare la realtà fino a renderla conforme a una visione assolutoria rispetto a responsabilità e a eventuali eccessi o addirittura crimini di una delle due parti in conflitto.
Allorché si azzardi un minimo di ragionamento o addirittura una flebile lamentazione su quanto sta accadendo, per esempio, nella striscia di Gaza, bisogna osservare alcune regole di una rigida etichetta, la prima delle quali impone di anteporre a quanto si intenda esprimere una risoluta condanna della strage terroristica perpetrata da miliziani di Hamas il 7 ottobre del 2023. Non è che partendo da tale premessa si eviti automaticamente ogni accusa di antisemitismo, ma ogni marginale discostarsi dalla liturgia dialettica prevalente colloca chi sta parlando in una sorta di bacheca nelle sinistre sale di un Museo dei crimini contro l’umanità, al fianco delle statue di cera di Eichmann, di Mengele e dello stesso Führer.
Quando poi, com’è avvenuto ieri l’altro, un «terrorista fai da te» (copyright Corriere della Sera) uccide due addetti dell’ambasciata israeliana a Washington, anche solo accennare ai massacri quotidiani di Gaza diviene praticamente impossibile, se non a rischio di apparire, oggettivamente, fiancheggiatori dell’omicida. E se proprio non si può fare a meno di parlarne, bisogna almeno curare di farlo secondo le norme non scritte della rigorosa etichetta diventata di moda, ricordandosi almeno di citare il «diritto di Israele all’esistenza» e soprattutto quello «alla propria difesa», quasi fosse difesa e non vendetta questo prolungato massacro di civili inermi ed ora anche denutriti, dopo il blocco degli aiuti umanitari tenuti fuori dai confini dall’esercito invasore.
Altra cosa poi molto sconveniente è osservare che le vittime della strage provocata da Hamas il 7 ottobre del 2023 sono circa milleduecento, oltre a circa duecentocinquanta persone prese in ostaggio, mentre i palestinesi caduti sotto le bombe e i colpi dell’esercito israeliano si avviano ad essere sessantamila, con una massiccia presenza tra essi di bambini. Riportare poi dati quali quelli, elaborati dalla prestigiosa rivista The Lancet, uno dei più importanti giornali scientifici del mondo, secondo la quale la speranza di vita dei residenti a Gaza, che era di 70,5 anni è oggi scesa a 40 (fonte Emergency).
Vi sono ancora parole interdette da questo implicito galateo dell’ipocrisia: aggettivi quali “indiscriminato”, sostantivi quali “strage” o “mattanza”, locuzioni quali “diritto internazionale”, “mandato di cattura internazionale” o “crimini contro l’umanità”. Vietatissima sopra ogni altra, ovviamente, la parola “genocidio”, da riservarsi soltanto all’infamia delle persecuzioni razziali antiebraiche operate da fascisti e nazisti nel corso della seconda guerra mondiale.
Di questi tempi l’Occidente democratico, imbozzolato dentro le maglie strette di questi e simili espedienti retorici, non riesce ad andare oltre a una mancata condivisione delle azioni israeliane, senza osare termini quali “condanna”, “sanzioni”, “blocco delle forniture di armi”, “ritiro dell’ambasciatore”, al più ricordando una generica propensione a favorire una soluzione del problema che preveda la creazione di “due popoli in due stati”.
Quelli di noi che hanno ormai i capelli bianchi quelle parole, la prospettiva cioè di due popoli in due stati se la sentono ripetere da quando avevano i calzoni corti, senza che nessuno muova un dito in quella direzione, mentre l’uomo che siede allo studio ovale alla Casa Bianca propone come “soluzione finale” la deportazione di massa degli abitanti superstiti della striscia di Gaza per farne un magnifico resort sul Mediterraneo.
Allora, contravvenire alle norme di questo galateo attualmente in voga cui si faceva riferimento più sopra non significa tanto esprimere un’idea politica, ma è diventato, semplicemente, un imperativo etico ineludibile.
