UN’EPIDEMIA LINGUISTICA
Confini | Il Ponte rosso n. 110 - dicembre 2024 | Walter Chieeghin
In un racconto lungo di Diego Marani esilaranti ironie e acute riflessioni sull’uso della lingua, la propria e quella degli altri
di Walter Chiereghin
Il Signore disse «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!».
Genesi, 11, 6-7

Italo Svevo, Trieste-Roma 2024
pp. 90, euro 15,00
Diego Marani con La lingua virale (Edizioni Italo Svevo, 2024) è risultato vincitore della quinta edizione del Premio Letterario Friuli Venezia Giulia “Il racconto dei luoghi e del tempo”, istituito dallaRegione autonoma Friuli Venezia Giuliacon laFondazione Pordenonelegge.
Si tratta di un racconto lungo, ambientato su un futuribile confine tra Italia e Slovenia. Il libro reca in esergo una citazione del francese Valèry Larbaud (Vichy 1881 – ivi 1957): «Tutto ciò che è nazionale è sciocco, arcaico e bassamente patriottico. Poteva andar bene in particolari circostanze ma ora è superato. Esiste un paese chiamato Europa».
La frase sembrerebbe pensata per le attuali ansiogene condizioni di crisi dell’Unione Europea e compendia da un lato il messaggio contenuto nel volumetto, dall’altro richiama una rilevante parte del lavoro letterario dell’autore, che a ridosso di quel confine ha trascorso gli anni della sua formazione universitaria presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori dell’ateneo di Trieste. Lo studio delle lingue ha costituito per Marani il presupposto del suo impegno culturale, letterario, civile ed anche – non crediamo sia un azzardo affermarlo – ludico, come dimostrato soprattutto dalla sua invenzione, nel 1996, di un linguaggio artificiale, l’europanto, assonante col termine “esperanto”, che assembla assieme varie lingue europee.
Ambientata su quello stesso confine sul quale negli anni giovanili si è esercitata l’esperienza internazionale, anche linguistica, dell’autore, la fantasiosa vicenda narrata nelle pagine de La lingua virale prende corpo attorno a una palazzina bassa che «non era un ufficio, non aveva neanche un numero di telefono, non risultava in nessun organigramma, di fatto non esisteva» (p. 15). Chiamata affettuosamente “Palazzinka”, ibridando il termine italiano “palazzina” con lo sloveno “palacinka” (“crespella”, nella nostra lingua, “crêpe” in francese), si autodefiniva sul proprio sito web «”Presidio di tutela linguistica / Enota za jezikovno varstvo”, senza approfondire, dove periodicamente si annunciavano corsi di lingua che poi non si tenevano o si rimandavano» (p. 16). Uno dei numerosi enti inutili, insomma, paritariamente gestito da due burocrati, l’italiano Franco e lo sloveno Branko, ai quali l’economia della narrazione dà mandato d’inserire – tra gli elementi di arguta comicità continuamente affioranti nella vicenda e nei loro dialoghi – riflessioni più serie ed articolate circa l’uso del linguaggio, percepito come fattore primario dell’identità di popoli e individui.
Essendo la storia ambientata in epoca successiva alla Convenzione di Schengen, il confine tra Italia e Slovenia passa dunque attraverso la Palazzinka «come un serpente, forse addormentato, ma sempre un serpente. La gente lo scavalcava, ci camminava sopra, lo irrideva, ma lui c’era, loro lo sapevano che c’era e anche lui sornione e invisibile lo sapeva. C’era chi diceva di sentirlo pulsare, soprattutto la notte, come una vena sotterranea. C’era anche chi soffriva della sua mancanza e ne cercava con gli occhi il tracciato per non perdersi, per sapere sempre da che parte stava» (p. 6). è in questa particolarissima ambientazione e negli ozi concessi loro dai rarefatti impegni lavorativi che Franco e Branko, quasi preavvertendo la catastrofe imminente, elaborano una loro visione della realtà sociale e culturale che li circonda. Allarmati dalla contemplazione di una generalizzata superficiale indifferenza alle insidie e ai problemi posti dalle progressive aperture, dalla facilità di spostamenti per merci e persone, dalla cancellazione di limiti e confini, tutte cose che, nei loro discorsi, li induce a prudenti riflessioni, turbate dall’inquietudine sottesa al timore del rischio che tutte quelle aperture conducano ad annientare tutti «in un indistinto guazzabuglio», come lo definisce Franco, in un serrato dialogo con l’amico e collega. «”Abbiamo dato alle frontiere la colpa di ogni cosa. Abbiamo creduto che da loro scaturisse il male. Le accusavamo di tagliare nella carne viva di popoli…”

“Invece le frontiere ci proteggono. Ci impediscono di perderci, ci ricordano chi siamo”.
“Non lo sapevamo che è proprio chi sta al di là della frontiera che ci fa esistere con il suo essere diverso da noi. è dove tutto cambia che infine ci riconosciamo”» (p. 40).
E l’immagine di questo incombente “indistinto guazzabuglio”, soprattutto in una zona di confine, non può che implicare una serie di riflessioni circa l’uso della lingua, la sua corruzione causata da contaminazioni con altri idiomi, ma soprattutto la difficoltà di transitare dalla propria lingua all’altra, col rischio di finire per smarrire l’avvertimento della propria identità. «Il bilinguismo è lingua biforcuta, quindi bugiarda. Non si parlano mai perfettamente due lingue, ce n’è sempre una falsa. Il bilinguismo è come gli antibiotici, le droghe, l’alcol: non bisogna abusarne. Si deve usare solo in casi di emergenza. A parlare la lingua degli altri si finisce sempre per sporcarla».
La pandemia si annuncia quando un tale, di nome Furio Vendramin, si presenta a un Centro medico diurno per chiedere aiuto. Rivolgendosi a un’operatrice sanitaria intende dirle: «Mi perdoni signora, non capisco cosa mi stia succedendo. Parlo ma non capisco cosa dico. è un miscuglio di parole. Mi fa venire il mal di testa… La prego, aiuto». Ma quanto gli esce di bocca è invece: «Perdone meine gospa. Ich razume wat govorì. Esse todo eine mix van parolas, reseda, wordes. Das make moi glavobol… Bitte soccorso» (p. 27). il Vendramin viene subito individuato come il paziente zero di una epidemia sconosciuta, «un esemplare mai visto di essere umano a cui si era corrotta la lingua» e inviato quindi alla Palacinka dove viene trattenuto in isolamento per timore del contagio.
Non vorrei privare i lettori dal loro diritto di esplorare direttamente il seguito della storia, dove s’infittiscono i tentativi di predisporre bizzarri strumenti terapeutici per arginare il diffondersi del contagio. Tra essi, l’ascolto forzato di campioni “alti” delle lingue madri dei pazienti, che regala ai lettori italiani la traduzione in europanto delle prime quattro terzine dell’Inferno dantesco («Des meine life nel medio van der way / finde myself in eine bosco obscuro / de juste via nesciente donde stay…» p. 47).
La diffusione del contagio che si tenta vanamente di contenere viene invece amplificata in conseguenza della fuga (anche d’amore) di Furio con Mojca – una slovena, anche lei coattivamente ricoverata – a causa della missione che essi si danno di ampliare a dismisura il numero dei contagiati, persuasi di essere portatori di un idioma di libertà – che battezzano “Slobolingua” – che si propongono di diffondere nell’interesse di tutti. I due “untori” si ingegnano quindi, per come possono, a rimediare alla maledizione di Babele, ma l’epilogo della storia sarà diverso da quello preconizzato da tale loro generosa privata utopia.
Un testo che si legge d’un fiato, godendo dell’ironia garbata che lo percorre, delle più serie considerazioni sull’uso della lingua materna e di quelle che la circondano, dei risvolti apertamente comici di cui il racconto è disseminato, inclusi quelli, opportunamente tradotti mediante note a piè di pagina, offerti da citazioni e dialoghi nella lingua inesistente ma vivacemente spumeggiante inventata da Marani.
