VERSO IL REFERENDUM
Editoriale | Il Ponte rosso n. 122 - gennaio 2026
Saremo presto chiamati a votare per confermare o respingere una legge che stabilisce percorsi di carriera distinti tra magistratura giudicante (giudici) e requirente (pubblici ministeri), abolendo il Consiglio Superiore della Magistratura che sarà sostituito da due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) separati, mentre le funzioni disciplinari verrebbero sottratte a entrambi questi due organi e trasferite a un’Alta Corte disciplinare. La legge costituzionale proposta al giudizio degli elettori modifica una pluralità di articoli della Costituzione, quelli che nel Titolo IV regolamentano appunto l’Ordinamento giurisdizionale.
La genesi della legge costituzionale tenacemente voluta dal Governo e integralmente approvata dal Parlamento con una doppia lettura, senza il concorso delle forze politiche di opposizione, si inserisce in un clima pluridecennale di frizioni tra politica e magistratura, il che determina la particolare asprezza nel confronto dialettico tra favorevoli e contrari, che certo non facilita la scelta che gli elettori sono chiamati a fare in materia di per sé connotata da non agevoli tecnicismi. Una campagna elettorale ristretta nei tempi – e per di più condotta in un ambito informativo assolutamente sproporzionato a favore dei sostenitori del sì – non agevolerà certo un sereno ed equilibrato giudizio da parte del corpo elettorale.
Hanno cercato di farla passare come una riforma della Giustizia, il che non è. Che vinca il sì o il no, i processi avranno la medesima durata che hanno ora, saranno celebrati con la stessa procedura e per i cittadini – sia quelli direttamente coinvolti negli atti giudiziari che la generalità degli altri – non cambierà assolutamente nulla con la conferma o la cancellazione della legge costituzionale oggetto della consultazione. Opinione chiaramente espressa, del resto, dallo stesso ministro della Giustizia che ha proposto la modifica della Carta.
Allora hanno cercato di cambiare la narrazione, e la “riforma” è diventata la “separazione delle carriere” dei magistrati, premessa – ad avviso del Governo – necessaria per garantire un più rigido distacco tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. Quello che non viene detto è che tale separazione è già in atto dal 2005, per cui il magistrato può richiedere di passare da una all’altra carriera una sola volta, dovendo per di più essere trasferito dopo il passaggio in altra regione. Dati recenti indicano che circa lo 0,83% dei magistrati è passato da PM a Giudice e lo 0,21% ha chiesto il passaggio inverso. è dunque plausibile che si modifichi la Costituzione per così irrilevante fenomeno?
Quel che rimane e che suscita il comprensibile dissenso dei magistrati riguarda dunque la distribuzione delle competenze dell’attuale CSM in tre diversi organismi, e soprattutto il meccanismo dell’individuazione dei membri – solo di quelli togati – con il bizzarro metodo del sorteggio anziché con normali elezioni da parte dei colleghi. Il sorteggio, per un terzo dei membri di competenza del Parlamento, avviene attingendo però da un elenco votato dalle due Camere e quindi con una preselezione affidata ai politici, secondo regole affidate ad una legge ordinaria. Quindi il Parlamento elegge, e poi sorteggia dall’elenco degli eletti, chi poi farà parte del Consiglio. I magistrati invece non hanno più diritto di voto. Sarà fra i membri di fiducia dei politici che verranno scelti i vicepresidenti dei due CSM e il presidente dell’Alta Corte disciplinare.
Per l’Associazione nazionale magistrati dalla riforma «emerge un disegno di indebolimento della magistratura, realizzato essenzialmente attraverso la separazione dell’unico ordine giudiziario mediante la previsione di due diversi Csm, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, con un subdolo affidamento della direzione dei due organi alla componente di nomina politica, e mediante l’attribuzione della competenza disciplinare ad un’Alta Corte, che si configura come un tribunale speciale previsto solo per la magistratura ordinaria».
Giudicate un po’ voi…
