VIAGGIARE DENTRO IL TEMPO DI WILLY DIAS

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Vita Activa Nuova ripubblica il libro autobiografico LA MEMORIA di una delle scrittrici triestine di maggior successo nella prima metà del Novecento

di Elisa Donda

Willy Dias
ritratta in anni giovanili

L’anno da poco concluso ha visto la ristampa di Viaggio nel tempo, libro memoriale della giornalista e scrittrice triestina Willy Dias che mancava nelle librerie dal lontano 1958. L’opera appare al lettore nella nuova veste editoriale della casa editrice Vita Activa Nuova; che si contraddistingue per la volontà di dare voce alle donne. L’edizione, che riprende fedelmente l’originale, apparsa per l’editore Cappelli, è curata dalla studiosa Martina Gubertini, mentre Gabriella Musetti ha steso una breve, ma necessaria, nota biografica dell’autrice.

Willy Dias, pseudonimo di Fortuna Morpurgo nacque a Trieste nel 1872 da famiglia di religione mista – ebreo il padre e cattolica la madre – e dai forti sentimenti irredentisti. Willy si contraddistinse durante l’infanzia per una vivace intelligenza e un’irrequietudine che la scrittrice traccia fin dalle prime pagine della sua opera: «Una bambina proprio come tutte le altre. Più sveglia forse, senza che alcuno se ne accorgesse per una feroce timidezza che mi faceva rispondere appena o non rispondere affatto, alle persone estranee».

La prima parte del libro è dedicata all’infanzia e alla formazione di Willy. In questa sezione si possono trovare pagine rivolte interamente alla descrizione minuziosa della rigida educazione ricevuta dai genitori. In seguito Willy si concentra a descrivere le sue letture: «Passata l’adolescenza, nessuno mi guidò veramente nella scelta delle mie letture. Leggevo tutto ciò che mi capitava sottomano e quanto potevo comperare risparmiando i denari della merenda, in una piccola bottega di libri usati davanti alla quale passavo ogni giorno andando al liceo». L’avvicinamento di Willy alla lettura coincise con il momento dei primi tentativi di scrittura: «Nessuno mai mi consigliò o incoraggiò a scrivere e la prima volta che immaginai di farlo, fu solo per sfuggire alla noia». Da queste pagine emerge chiaramente la libertà culturale in cui era cresciuta la giovane. Haydée, pseudonimo di Ida Finzi, amica della sorella maggiore di Willy e già affermata giornalista, fu la prima a notare le capacità stilistiche di Willy e a incoraggiarla a inviare una sua novella al giornale letterario di Trieste Mefistofele: «Cominciò da allora la tragedia dello scrivere. Poiché per me, scrivere è stato sempre, ed è tutt’ora, una tragedia. L’ho fatto anche quando nessuna necessità materiale me lo imponeva, perché non ne potevo fare a meno. Io ignoro se altri scrittori provino le stesse angosce ma, per confessioni avute, so di non essere la sola». In tutto il libro Willy spiega al lettore quanto l’arte della scrittura sia stata per lei una condanna, tanto più perché necessaria per lei: «Niente da fare – bisogna scrivere. Ed ecco che, superato il primo sforzo, il tempo è abolito. Le ore passano inavvertite. E mi persuado che soltanto tre cose ci fanno perdere la misura del tempo: il lavoro, l’amore, il gioco». E ancora: «Talvolta qualcuno mi dice: come scorre facile la sua prosa… E mai immaginerebbe che cosa tremenda sia scrivere. […] E mi pare anche logico che lo scrittore sia tra gli artisti il più torturato. Perché un pittore ha i colori, i modelli, le magnificenze della natura che l’aiuta a interpretarsi. Uno scultore ha la creta, il marmo, le forme, qualcosa di concreto su cui lavorare. Mentre uno scrittore che cosa ha? Un foglio di carta, una penna. Tutto deve uscire dal suo disgraziato cervello, dalla sua memoria, dalla sua intelligenza, dalla sua fantasia, dal suo spirito di osservazione».

Alcuni romanzi pubblicati tra il 1940 e il 1953

Le vicende biografiche di Willy si intersecano costantemente con il difficile periodo storico che l’Europa e, soprattutto la Venezia Giulia, attraversò nella prima metà del Novecento. La seconda parte si apre a Gorizia, «nella piccola città cosmopolita» d’inizio secolo, in cui Willy si trasferisce dopo il matrimonio con il goriziano Petronio. Willy racconta la propria quotidianità di moglie e madre, non sente in questo periodo il bisogno di scrivere, ma di immergersi anima e corpo nella natura, nella vicina valle del fiume Vipacco. Frequenta i salotti borghesi e ne trae curiose considerazioni sulla vita placida della società viennese che trovava pace e ristoro nella realtà goriziana. Spesso Willy regala al lettore ricche descrizioni giornalistiche di personaggi noti che ha conosciuto nella sua lunga vita; nelle sue pagine appare il seduttore Gabriele D’Annunzio, conosciuto grazie a un’amica durante la tournée della sua Francesca da Rimini a Gorizia, del quale ironicamente afferma, rivolgendosi alla Duse: «Come si può amare tanto un uomo che non misura almeno un metro e ottanta di altezza? E il curioso è che sarei capace di chiedermelo ancora». Nel suo vorticoso vagabondaggio Willy incontrò il politico e bibliotecario Attilio Hortis; conobbe il timido Franz Kafka; fu allieva del professor Joyce, dalla barbetta bionda-rossiccia e dagli occhi azzurri; ricevette l’invito per colazione del poeta romano Trilussa; provò una grande ammirazione per Maria Montessori; fu amica del poeta Guido Gozzano, immortalato dalla scrittrice in pagine toccanti. Tuttavia l’incontro che più rimane impresso al lettore è quello che Willy ebbe a Trieste con Eleonora Duse: «La ritrovai a Trieste dove metteva in scena Gli spettri. Sempre la signora Duse aveva amato particolarmente la nostra città e vi si fermava volentieri se non la chiamavano altrove, impegni teatrali. […] Ancora, nel grande albergo, le stanze della signora Duse guardavano il mare. Quando entrò e porse le mani a me e Delia Benco che mi accompagnava, il nostro gesto istintivo fu di portare quelle mani alle labbra. […] Parlò della figlia, dei nipoti inglesi ed alla fine ci raccontò quanti pensieri le aveva dato la messa in scena degli Spettri. E, ad un tratto, gli anni sparirono, ella fu quella di sempre […] Essa aveva su quanti le erano vicini, una influenza speciale. Destava in ognuno la volontà di superare sé stesso, di dare, magari in parole, il meglio della propria intelligenza».

Willy Dias Viaggio nel tempo
note: Martina Gubertini
Vita Activa Nuova, Trieste 2025
Pagine 268, euro 16,00

Willy descrive lo scoppio della Grande guerra che diviene una riflessione universale sull’impossibilità dell’essere umano di non fare la guerra: «Ognuno sa come gli avvenimenti precipitarono. Tutti, affermarono e anche i giornali viennesi più legati al Governo, che l’Imperatore non voleva la guerra. Probabilmente era vero. Ma già allora mi sono persuasa che se pure nessuno vuole la guerra, questa, ad un dato momento, ci travolge. […] Inoltre c’è nell’uomo un residuo di ferocia atavica che si risveglia quando uno meno se lo aspetta». In tutto questo la matrice irredenta di Willy si affaccia in pagine in cui emerge il sogno di vedere Trieste italiana: «Eravamo cresciuti in quel clima di amore e di ardore, che differenziava Trieste da ogni altra città italiana. […] E non riflettevamo come è difficile, per non dire impossibile, che da un male quale è la guerra, possa uscir un bene». Trieste la città dell’infanzia e dei sogni e la città, «la cara città che mai nessuno di quelli che non vi sono nati potrà capire a fondo, sapeva ridere anche delle sue delusioni, e farne popolari canzonette». Ed effettivamente Trieste sarà la grande delusa, la città che aveva visto nella guerra «l’ultimo gesto del romanticismo ottocentesco».

La terza e ultima parte inizia con Willy sfollata in varie città italiane, prima a Firenze, poi a Milano e infine a Genova, dove troverà stabilità scrivendo per il quotidiano Caffaro. Nel capoluogo ligure, Willy diviene amica di Flavia Steno – altro nom de plume che sta per Amelia Cottini Osta –, giornalista e romanziera stimatissima dalla scrittrice triestina, con la quale diede vita a un settimanale femminile, La Chiosa, che uscì dal 1919 al 1927. Nell’ultima parte la scrittrice si sofferma a descrivere il clima di odio che accompagnò il ventennio fascista. Willy mette nero su bianco, a più riprese, i propri sentimenti: «Sono stata, con molti altri, dalla prima ora, una convinta antifascista. Al Regime mai nulla chiesi né da esso nulla ottenni». Eppure, Willy si esamina a fondo e non tralascia di raccontare di non essere stata sufficientemente coraggiosa: «Ed oggi, umilmente mi chiedo: per quanto avessimo in avversione il fascio del ventennio, non siamo stati un poco colpevoli anche noi? […] Ignorando, si può dire, il sacrifizio di quelli che non ripetevano le barzellette, che per non rinunciare ad un loro ideale domani languivano nelle prigioni, o al confino, mentre altri compagni si esponevano allo stesso pericolo per tenere unite, con un filo sottile ma solido, le masse popolari».

In conclusione, la nuova edizione di Viaggio nel tempo di Willy Dias dà finalmente la possibilità di leggere la testimonianza di una protagonista del suo tempo, una donna che con intelligenza e coraggio è riuscita a vivere della propria arte anche in periodi bui e difficili dello scorso secolo e regala ai lettori e, in particolare, alle lettrici delle pillole di saggezza e di sopravvivenza: «Nella prima guerra uno strano processo, che io studiai attraverso centinaia di casi, si svolse nel campo femminile. Nel 1915 le donne in Italia, meno eccezioni, erano donne e basta. Avrebbero potuto anch’esse riconoscersi nelle tre K tedesche: Kinder, Kirche, Küche. E in un primo momento, prive di marito, del padre, del fratello, dell’uomo che, in un certo senso, dirigeva la loro vita, che si occupava dei loro interessi e dei loro svaghi, si sentirono sbigottite. […] Ma le donne, molto più presto degli uomini si ambientano in un nuovo stato di cose. […] Dopo essere state sbigottite per un periodo di tempo ragionevole, le donne cominciarono ad accorgersi che essere padrone di sé stesse, di stare, di andare, di venire, di ritornare a volontà; prendere decisioni senza dovere renderne conto a nessuno, maneggiare denaro senza controllo, aveva pure il suo lato buono. […] si erano abituate all’indipendenza».

 

 

Willy Dias

Trieste, 1872 – Genova, 1956.

Scrittrice, traduttrice e giornalista. Pseudonimo di Fortuna Morpurgo. Nata in un’agiata famiglia borghese e irredentista – il padre, Manasse, ricco imprenditore ebreo, la madre, cattolica, Orsola Radovich – frequentò il Liceo femminile di Trieste. Amica della scrittrice concittadina Ida Finzi, nota con lo pseudonimo di Haydée, iniziò come collaboratrice del periodico Mefistofele adottando fin da allora il nome di Willy Dias. A spese del padre uscì il suo primo libro di novelle Vigilia di nozze (Libreria Editrice Galli, Milano 1894), cui seguì, questa volta a carico dell’editore, il romanzo Maria Lamberti che la impose all’attenzione del pubblico triestino. Visse per un breve periodo a Vienna e, dopo il matrimonio, si stabilì a Gorizia. Separatasi dal marito, rientrò a Trieste dove fu intensamente partecipe della vita culturale e letteraria.

Collaborò con vari periodici triestini ed italiani tra cui la Rivista d’Italia. Prima dello scoppio del primo conflitto mondiale, pubblicò a Milano il suo secondo romanzo, Ercole al bivio. Irredentista, abbandonò la città e si stabilì a Firenze presso lo zio Salomone Morpurgo, direttore della Biblioteca Nazionale e poi a Genova dove si occupò come giornalista. A partire dal 1927 vennero pubblicati numerosi suoi romanzi, che incontrarono un grande successo di pubblico con molte ristampe nel corso di decenni; alcuni di essi furono in un primo tempo stampati a puntate su giornali ed anche tradotti all’estero. Fu anche lei stessa traduttrice dal tedesco. Cambiò le sue idee sociali e politiche e dopo la caduta del fascismo militò nel Partito Comunista diventando collaboratrice de L’Unità ed impegnandosi direttamente in politica.