VIENNA: BIOGRAFIA DI UNA CITTÀ

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Un libro dello storico Franco Cardini ci fa conoscere meglio il suo “posto del cuore” in un viaggio nella sua storia e nel suo presente, dai segni dell’antico sfarzo a una modernità non meno sorprendente

Itinerari nella storia e nella contemporaneità di una grande capitale europea

di Gabriella Ziani

Franco Cardini
Vienna. A passo leggero nella storia
Il Mulino, Bologna, 2024
pp. 388, euro 19,00

Esistono luoghi che amiamo più di un parente stretto, hanno preso dimora in noi con la loro bellezza e storia, con il loro speciale profumo che rimane favolosamente inalterato (mentre i parenti stretti possono diventare molesti e fonte di angustie), sono luoghi in cui ci sentiamo a casa e a cui perdoniamo tutti i difetti, come a noi stessi. Ciascuno ha il suo proprio motivo per queste infatuazioni, e a volte esse dipendono anche da circostanze biografiche che sembrano segnare una via del destino. Così per lo storico Franco Cardini è Vienna il posto del cuore, in memoria di suo padre, «raffinato artigiano fiorentino», che « nel 1952 dette fondo ai quattro soldi che aveva in banca e sfidò le ire familiari pur di spedirmi a Vienna in un “viaggio scolastico” allora al di sopra delle sue possibilità. E, per me, fu l’inizio di un grande amore».

Poi fu il suo professore Enrico Sestan a ri-spedirlo a Vienna e a incoraggiarlo verso quel ramo di studi, e più tardi fu il celebrato Danubio di Claudio Magris a stregarlo, e infine Cardini – sostanzialmente un medievista che ha soprattutto indagato le crociate e i rapporti Occidente-Oriente – paga adesso questi debiti personali con la “biografia” della sua città eletta, Vienna. A passo leggero nella storia, in cui ogni bravo triestino (che apprezzi o meno lo statuario tallero di Maria Teresa nella piazza del Ponterosso) potrebbe tuffarsi di pancia senza provar dolore, ma anzi un voluttuoso piacere: come davvero a reincontrare un parente stretto a cui si deve molto se non tutto, anche se le strade si sono – per forza della storia – divise dopo un lungo percorso.

E questo viaggio a ritroso è naturalmente denso di convulsa storia europea, a prescindere dall’immagine di cartolina che Vienna si porta addosso (e che l’autore non può evitar di citare), fatta di Sacher, strudel alla cannella, walzer di Strauss, operette di Lehár, arredi Biedermeier (divertente la constatazione che non è mai esistito alcun “signor Biedermeier”, ma il termine fu inventato da due scrittori che intendevano dileggiare il gusto medio-borghese del primo ‘800, dandogli un appellativo ironico che in italiano usando un cognome comune suonerebbe “il buon signor Rossi”…). Ma che cosa è Vienna, come ogni altra immensa capitale, se non un grattacielo di storie, cose e persone? Ai piani più alti stanno la psicoanalisi di Freud, l’arte di Klimt e Schiele, la letteratura di Roth e Schnitzler, l’architettura di Otto Wagner e Adolf Loos, le magnificenze imperiali incarnate nella Hofburg, nel castello di Schönbrunn (il cui aspetto attuale da “piccola Versailles” si deve all’architetto Nicolò Pacassi, di origine goriziana), e poi il Belvedere, il Kunsthistorisches Museum, le chiese barocche, la Cripta dei Cappuccini, l’iconica cattedrale di Santo Stefano che un “buon nazista” nel 1945 si rifiutò di far saltare per aria trasgredendo a un ordine, e che è ricordato perciò con una riconoscente targa, per non dire dei sobborghi (Grinzing) e della enorme “cintura verde” del bosco viennese, il Wienerwald.

Franz Xaver Winterhalter
L’imperatrice Elisabetta d’Austria in abito da gala di corte con stelle di diamanti
olio su tela, 1865
Vienna, Kunsthistoriches Museum

È logico che, in una storia che inizia con la nascita, e cioè dai primi insediamenti nell’età del ferro, e si chiude con l’apprezzamento dei più innovativi innesti urbanistici e architettonici, cavalcando duemila anni storia e storia culturale, molte cose sono in riassunto. Chi sa tutto di Mozart (salisburghese, però) ne troverà una sintetica biografia, chi vive nel culto della sventurata Sissi e si tormenta tuttora sulle vere cause della morte del principe ereditario Rodolfo (avendo a portata l’enorme numero di volumi che la casa editrice Mgs Press continua a proporre sulla dinastia degli Asburgo) controllerà che non un dettaglio sia stato omesso, chi ha un’opinione sfocata di Francesco Giuseppe ne troverà qui una equilibrata sintesi nei termini «tollerante» e «incassatore» (di sventure politiche, belliche e personali).

Al di là delle tappe storiche che sono integralmente parte della stessa storia europea (le guerre prussiane, napoleoniche, risorgimentali, mondiali), la biografia segnala alcune tappe nello stesso tempo luminose e oscure che riguardano specificamente l’assetto urbano, e che di riflesso dicono qualcosa anche di noi stessi. Come Trieste, anche Vienna fu ai suoi inizi un accampamento romano – divertenti le ipotesi sul nome originario di “Vindobona”, forse dovuto ai succulenti vitigni e conseguenti buoni vini… – e, a partire dal Settecento, con un’enfasi “esplosiva” nell’Ottocento e nei decenni successivi fino alla prima guerra mondiale, ebbe uno sviluppo frenetico: «Alla fine del Settecento i viennesi erano circa 150 mila, tra 1815 e 1914 la popolazione si era decuplicata […] passando da 238.000 a 2.059.000 abitanti».

Ma questo eccesso di vigore e di lusso (ferrovie, linee tranvarie, telefoni, ascensori in 3000 case già nel 1881, crescita smodata di nuovi agglomerati urbani), come spesso accade portò a speculazioni azzardate, e nel 1873 tutta la magnificenza crollò a picco con quello che rimase «il venerdì nero», cioè il crollo della Borsa, che si portò dietro fallimenti a catena, disoccupati, gente povera che perdeva la casa e che era costretta a vivere «in condizioni che sarebbe eufemistico definire “di fortuna”». Si cercò di arginare l’estrema miseria di migliaia di cittadini con la costruzione di «caserme d’alloggio», consistenti in una camera con cucina e spesso senza illuminazione. Tali condizioni – scrive Cardini – erano proprie «di oltre l’80% delle abitazioni e i prezzi di locazione assorbivano da soli il 20% del salario operaio». Lo sfarzo e la fame in una stessa cornice: era il portato storico dell’industrializzazione e del nascente “mercato” capitalistico.

Wohnpark Alterlaa foto di Zara Pfeifer

D’altro canto non solo la illuminata e salda guida di Maria Teresa, ma anche l’ordinata «tolleranza» del suo discendente Francesco Giuseppe – che Cardini difende dalle calunnie irredentistiche su «Ceccobeppe l’Impiccatore», – furono motori di sviluppo su larghissima scala. Nel 1830 l’impero di Austria e Ungheria «contava circa 35 milioni di abitanti ripartiti in 11 nazionalità», in ogni paese «i sudditi di nazionalità germanica (gli “austrotedeschi”) non superavano il 20-25% della popolazione», e per mantenere questi equilibri Vienna per prima era «città il più possibile al di sopra delle distinzioni nazionali». Anche gli ebrei, seppure ristretti alle professioni loro consentite di mercanti e banchieri, avevano una propria zona di residenza, da cui però entravano e uscivano liberamente, perché non si trattava di un ghetto. Lo stesso imperatore, di cui Cardini certifica una sentita fede cattolica al di là delle pompe cerimoniali, si sarebbe appoggiato alle finanze ebraiche per proprie necessità.

Questa «tolleranza» (altrimenti letta come rigidità o freddezza) lo storico sottolinea per altre circostanze. Una personale: mantenne amoroso affetto nei confronti della consorte Elisabetta perennemente in viaggio e cioè in fuga. Una culturale: quando accanto alla Hofburg fu innalzata l’oggi famosa casa senza ornamenti alle finestre («senza sopracciglia», si diceva) firmata da Adolf Loos, che all’epoca fece assai scandalo, pare che Francesco Giuseppe, il cui studio si affacciava proprio sulla bruttura, abbia preso a tirare le tende, senza proferir verbo. Del resto, dell’esorbitante mondo di cultura che gli fioriva attorno pare s’interessasse davvero poco.

Cardini, si sa, ha da sempre salde radici ideologiche nella destra, ma è con un encomio al lungo governo socialdemocratico della città, che continua attualmente con la leadership del sindaco Michael Ludwig («cresciuto in uno degli edifici della “Vienna rossa”»), che lo storico chiude le proprie considerazioni sul futuro della capitale austriaca: «La città ha saputo bilanciare la conservazione del suo ricco patrimonio storico e culturale con le esigenze di una metropoli moderna. Le sfide attuali, come il cambiamento climatico, la digitalizzazione e la coesione sociale in una società sempre più multiculturale – ci assicura Cardini –, sono affrontate con strategie innovative e inclusive». Così Vienna rimane e rimarrà «non solo un luogo di grande qualità della vita, ma anche un modello per altre città nel mondo».

Vienna International Centre

A esempio vengono portati luoghi certo meno turistici, ma altrettanto identificativi dell’era attuale: l’enorme Wohnpark Alterlaa edificato negli anni Settanta in un programma di edilizia sociale, che si staglia con le sue sei torri da 3200 appartamenti dotati di ampi balconi, spazi verdi, asili, scuole, negozi, palestre, biblioteche, sale riunioni e piscine sui tetti; il Vienna International Centre, che ospita la sede delle Nazioni Unite (una serie di torri disposte a cerchio); il Gasometer Music Hall, un simbolo di rigenerazione urbana che ha dotato la città di 3500 posti per grandi eventi e concerti, ma anche sedi per uffici e start up, e residenze per studenti con facile collegamento alla metropolitana; il Donaupark, 604.000 metri quadrati di verde attrezzato nell’ambito di un più vasto progetto di sviluppo della zona del Danubio; e non da ultimo le creative architetture di Friedensreich Hundertwasser (1928-2000), definito il “Gaudì austriaco” per le linee arrotondate dei suoi famosi edifici, colorati con rivestimento a piastrelle, e giardini con alberature sui balconi (un’anticipazione del “bosco verticale” di Stefano Boeri che svetta a Milano) – e anche questi interventi, che si direbbero a beneficio di privilegiati benestanti, facevano invece parte dei progetti di edilizia sociale.

Dopo aver cesellato la complessa “biografia”, lo storico si rivolge con burbera toscanaccia voce al lettore, nelle vesti di paladino della sua città del cuore: «Vienna non basta mai, non stanca mai, non delude mai, non cessa mai di stupire. […] Se ci sei stato un paio di volte – avverte – e non ne sei uscito follemente innamorato di lei, da ora in poi risparmia tempo e soldi: viaggiare non fa per te, cercar di capire qualcosa del mondo e della vita è per te inutile». E va bene, torniamo a Vienna: i buoni consigli (come i buoni libri) vanno tenuti in tasca.

Hofburg